“Mi troverai nel fuoco” di Robert Lowry: recensione libro

Ancora una volta la casa editrice  Readerforblind, propone la brillante riscoperta di una voce poco nota nel panorama letterario contemporaneo: Robert James Collas Lowry, romanziere, scrittore di racconti, illustratore ed editore indipendente statunitense, vissuto tra il 1919 ed il 1994 a Cincinnati, Ohio. “Mi troverai nel fuoco” è un coro a quattro voci che si sollevano asfissiate dalla realtà immutabile di una piccola cittadina americana, “un luogo che neanche una guerra riuscirebbe a cambiare”. Quattro identità legate a doppio nodo dal disagio dello smarrimento e dal timore di scoprirsi immobili, dalla ricerca della felicità e dalla reale assenza del suo desiderio, dal sogno di fuga e dalla segreta speranza che tutto resti immutato, dall’illusione di dover andare lontano, quando quel che basta è solo un luogo da poter chiamare casa. Jim, Petey, Genevieve e Len, facce diverse della stessa medaglia, combatteranno inconsapevolmente solo per restare vivi, sempre fragili umani, spesso inermi, tutt’altro che eroi, tesi alla gioia quanto alla nostalgia, provati dai desideri quanto dai fallimenti.  

Robert Lowry

L’intima descrizione di pensieri e avversioni di ogni personaggio ne concretizza la perfetta caratterizzazione. L’arco temporale striminzito (tutti gli avvenimenti si sviluppano in una sola settimana) consente di osservare la fotografia di una piccola porzione di mondo attraverso occhi diversi, quattro sguardi differenti, anime simili ma ognuna con il proprio bagaglio emotivo: i dolori, le ferite, i ricordi, le passioni, le speranze, le illusioni, le parole dette e quelle mai pronunciate. Lowry, in questo modo, sembra voler ricordare al lettore quanto la vita sia in realtà poliedrica e quanto le lenti delle esperienze personali siano in grado di deformarne l’aspetto, nonostante la meta, il movente e il disagio, siano spesso condivisi. Le descrizioni sono vivide e puntuali, la prosa incisiva e brutale: bastano poche parole per dare forma ad anime infrante, ai non luoghi, alle sensazioni opprimenti, alle emozioni estinte, così come al soppresso desiderio di rinascita. “toccò la lama e si succhiò subito il dito tagliato, che sapeva di sangue, di ruggine e di olio. Tutto feriva, qualunque cosa toccasse al mondo, feriva. Forse perché aveva sempre voluto restarsene nella soffitta della sua casa coi suoi sogni o seduto nell’angolo più segreto della biblioteca, senza mai alzare gli occhi, senza mai permettere al mondo di vederlo in faccia.” 

Passeggiando per le tristi strade di Doanville, ho raccontato i miei incubi a Jim, mutilato nel corpo e nell’anima, a lui, che ha smarrito ogni speranza nella fangosità di un campo di battaglia tra sangue e poltiglia umana. Il reduce disincantato, senza più sogni, sfiancato da un passato indelebile, schiacciato da immagini che portano con sé il sapore degli incubi, come chi è stato creduto morto o, piuttosto, come chi si crede ancora vivo. Frammenti di ricordi si mescolano e presto tutto si trasforma in macerie agli occhi di chi non è più figlio, né uomo e nemmeno soldato. Privato dell’identità da una guerra infinita, cercherà sé stesso in una normalità difficile da progettare, mentre nella mente ormai sfinita, ogni visione affoga nel torbido, ed anche una sonnolenta cittadina si trasforma in un mostro dalle fauci spalancate pronto ad inghiottire ogni illusione. “«E ora guardati». In quel momento si ricordò: era morto. […] Non c’era da stupirsi che la gente per strada lo guardasse incredula. Doanville non poteva accettare un morto.” 

Greenlawn Cemetery, Doanville, Ohio (2015, Nyttend, CC0 Public Domain, Wikimedia Commons)

Nella tristezza di questa esistenza priva di stimoli, irromperà Petey come un raggio di sole filtrato tra le nuvole scure cariche di pioggia. Un incontro che abbiamo vissuto, Jim ed io, come un piacevole inciampo tra adolescenza, sogno, follia e ingenuità. Una vitalità capace di squarciare per un attimo il cielo di mezzanotte, non abbastanza da illuminare il cammino, ma quanto basta per farsi trasportare da un sogno di libertà, anche solo per respirarne un istante la brezza. Petey è luce, è benessere, è speranza, con i suoi progetti difficili o forse impossibili, i desideri e le illusioni troppo fragili per non essere spezzate. Lei che ancora nutriva fiducia nel mondo, mentre annaspando, incapace di assumere un ruolo che sembrava già scritto o di riconoscersi nella simmetria del proprio corpo, cercava solo di restare a galla in un simbolico viaggio alla ricerca di sé. “Jim aveva la sensazione che nulla di ciò che diceva corrispondesse a quello che intendeva davvero, che fosse una maschera dietro cui erano nascoste tutte le emozioni sincere che le sue parole esprimevano ma che non riusciva a trasmettere.” 

In sottofondo, ho udito e accolto, la triste e mite voce di Genevieve: donna insoddisfatta con la mente piena di sogni e progetti mai realizzati, disposta a tornare pur di fuggire, e poi, ancora, disposta ad ignorare i propri pensieri pur di non odiarsi. Un personaggio che incarna l’umana ricerca di stimoli, ma anche il timore di doverne rispondere, che preferisce guardare la vita dal di fuori, quasi come se appartenesse ad altri. Contrapposta tra il desiderio di fare e quello di restare a guardare, si ritroverà frustrata, sola, vittima di sé stessa per le colpe che si è incollata addosso. A Genevieve ho sentito di poter confessare ogni cosa, sapevo che avrebbe capito. “Era una giornata stupenda, ma si accorse di non esserne parte: si sentiva trasandata, grassa e vecchia. Finita, pensò, ecco come mi sento. Sono una straniera qui, estranea a questa gente, estranea ai loro pensieri, alle ambizioni che custodiscono, alle noiose vite impossibili che conducono. Eppure mi trovo qui, suppongo, perché sono umana.” 

Doanville, Ohio (2015, Nyttend, CC0 Public Domain, Wikimedia Commons)

Infine, ho conosciuto Len, rifugiato in sé stesso in compagnia della rabbia e del rancore che alterano (o forse chiariscono) ogni cosa. Imprigionato in un eterno circolo vizioso di odio, ricevuto e ricambiato, è sempre rimasto solo un nero in un Midwest conservatore ed incapace di modernizzazione. È con questo giovane uomo che ho attraversato le strade nelle ore più buie, quelle senza pretese e senza sguardi indagatori: i momenti della pace nel sentirsi invisibili, che per altri (i più fortunati) sono gli attimi della paura per l’impossibilità di guardarsi intorno. “Vola basso. Vola basso, ne*ro bastardo, non sei altro che un ne*ro che si illude di poter leggere e scrivere come chiunque altro. Ne*ro resti e ne*ro muori, bastardo di un ne*ro, non c’è futuro per te. Bastardo di un ne*ro! Si ricordava della prima volta in cui lo aveva sentito” 

Doanville è un paesaggio inalterato dal tempo, popolato da personaggi descritti in toni grotteschi, tra chi grida che presto arriverà l’apocalisse e chi veste da anni lo stesso abito da marinaio, tra la Vedova pettegola, donna di cultura, fredda e dignitosa, ed il poliziotto ubriacone, tra l’anziana tirchia proprietaria e le anime del purgatorio della città dei vecchi, in carne ed ossa eppure estinte. Ognuno reciterà la propria parte, mettendo in scena un tragicomico teatrino, del quale resterà solo una stonata melodia di voci maligne. Un involucro di insoddisfazioni, quindi, dove anche la morte di uno diventa liberazione per l’altro, un luogo abitato da gusci vuoti dalle sembianze spettrali, la cui unica speranza è rifugiarsi in qualcosa che allontani dalla realtà. “Passava il suo tempo, rinsecchita, maleodorante, piuttosto gobba, il mento peloso piantato come una zappa sul petto, a spiare con occhi acquosi le vite logore che la circondavano.” 

(2018, Maxim Tajer, Unsplash License)

“Mi troverai nel fuoco” è una storia d’odio cieco che si mescola, per un attimo, ad un’ultima nota di fresca speranza, è la voce degli esseri umani che indossano l’armatura del distacco e dell’indifferenza come arma di difesa dal mondo, perché ciò che non ci appartiene, in fondo, può ferirci solo di striscio. Un racconto sul perdersi, il ritrovarsi ed il non riconoscersi, quindi, sulla ricerca di una deflagrazione che riporti finalmente alla vita. Lowry dona, sostanza materiale e tridimensionalità ad ogni personaggio, ed io ho amato almeno una parte di essi. Ho accolto con desiderio la nota di speranza che la giovane Petey ha portato con sé, ma ho anche riconosciuto il suo forte senso di inadeguatezza. Ho abbracciato Genevieve, quando frustrata, ha trovato sollievo solo tra le pagine di un libro. Ho sentito sulla pelle la bruciante rabbia di Len che non ha mai trovato conforto, ma soprattutto, ho condiviso con Jim il desiderio di rifugio dal mondo intero, la voglia di chiudere gli occhi per abbandonarsi ad un mite sonno senza sogni, la pretesa del diritto di restare a guardare e basta questa vita che prende, e sottrae, e cancella, e ruba, spogliando di ogni possibile ruolo, fino a ridurre in spettatori impassibili della propria stessa esistenza, vacillanti, senza sostegno, come su una gamba sola.  

Sporcare, distruggere, ferire, abbandonare, incendiare: solo la violenza, alla fine, sembrerà restituire un equilibrio. 

Aveva chiuso col mondo, era già sepolto. Era tornato al grembo originario, a Doanville, perché aveva finito, perché non voleva più viaggiare, non voleva più provare emozioni, non voleva più nulla. Il grembo o la morte, il principio o la fine: ignorava quale Doanville fosse giusta per lui. Forse entrambe, erano uguali.

“Mi troverai nel fuoco” di Robert Lowry, edizione Readerforblind.

Sussurri tra le pagine per The BookAvisor.

Vieni a parlare di libri con tutti noi nel gruppo Facebook The BookAdvisor.

Exit mobile version