“Ho immensamente voluto” di Gabriele Barbati: recensione libro

Gabriele Barbati, giornalista e corrispondente internazionale, con “Ho immensamente voluto”, ci conduce nella repubblica popolare cinese attraversando una lunga storia di ingiustizie, dissidenza e proteste. Un paese che con i giochi olimpici del 2008 aprirà le sue porte al mondo regalando solo una vana speranza di cambiamento, una nazione che ad oggi difende al suo 35° articolo della costituzione, la “libertà di parola, stampa, riunione, associazione, corteo, manifestazione …” mentre al suo 1° sancisce il divieto di sabotare l’unica e sola guida possibile per la patria: il Partito comunista. “Lotterò per la democrazia. Un’affermazione del genere, in Cina, equivaleva a un suicidio.”  

Zeng Jinyan (2010, Shizhao, CC BY 3.0, Wikimedia Commons)

Tra controsensi, inganni, sabotaggi, finzioni, discriminazioni, violenza e negazioni, emergono le necessità di un popolo privato di troppe libertà essenziali perché il suo grido di tradimento, abbandono e morte resti ancora muto. Troverà sfogo, infatti, questa voce immensa, straziante ed inascoltata, attraverso le parole di Zeng Jinyan, che vibreranno potenti e spaventose nei cuori di un’umanità che non ha più voglia di restare a guardare. La giovane donna, sorvegliata dalla polizia cinese perché i suoi discorsi non minaccino il benessere della nazione, diventerà mezzo di una lingua infuocata e minacciosa, che ripeterà per oltre 10 anni, fin dal suo primo viaggio alla ricerca della malattia negata: l’HIV/AIDS. Il morbo spietato, cancellato dal governo finché la sua esistenza non diventerà palesemente indiscutibile, lascerà delle aree cinesi più rurali nient’altro che devastazione e morte.  
 
Le “contee dell’AIDS”, così chiamavano quei luoghi in cui la vita o la morte producevano lo stesso scarso rumore, in cui ben presto si affolleranno immagini caustiche di putrescenza umana, di moltiplicazione degli orfani, di bambini nudi e affamati, e di cadaveri già marciti quando ancora in vita. In sottofondo il rumore metallico delle pentole vuote, l’eco di un addio e una sommessa richiesta d’aiuto. Terre di sepolture senza ordine e tombe senza nome, dove i simboli del lutto diventano quasi ornamenti per terreni spogli che più nessuno avrà la forza di coltivare. “Le storie del villaggio erano identiche, erano tragedie raccontate tra i singhiozzi di vedove infette. Rigurgitavano la rabbia bruciata in pacchetti di sigarette da padri tormentati, uomini che avevano portato la febbre in casa per pochi spiccioli. La febbre, così chiamavano l’HIV-AIDS.”  

Tossicodipendenti: questa la versione ufficiale del governo cinese, che cancellava, così, gli anni in cui gli xietou (capo-sangue) convocavano gli uomini per la donazione di plasma. Decine di aghi collegati alla stessa centrifuga per servire le ricerche di preparati medici nei laboratori del paese. Litri di sangue separati e reiniettati a caso, come se un uomo valesse l’altro, come se le malattie non esistessero, come se il profitto ricavato giustificasse ogni scelta, come se il denaro elargito alle comunità più povere sollevasse da ogni altra responsabilità. Soldi facili, così sembravano, impiegati nella costruzione di case destinate a rimanere presto vacanti.   

Supporto a Xu zhiyong e Hu jia (2014, 美国之音, CC0 Public Domain, Wikimedia Commons)

La vista di quella tragedia collettiva strazierà il cuore della giovane protagonista, al tempo ancora studentessa. L’impatto con una morte che falcia senza rispetto per l’anagrafica la convincerà a continuare la sua battaglia per gli anni a venire, in una capitale che non sempre avrà voglia di darle ascolto. Presto alla voce di Zeng si unirà quella di Hu Jia, già intollerante alle ingiustizie, recidivo alle proteste, sostenitore delle commemorazioni vietate, incapace di cancellare la memoria di massacri celati dai libri di storia, come Tienanmen, che mai esisté con le migliaia di vittime che si lasciò alle spalle. Hu Jia il pazzo, come tutti i “disturbatori seriali” in Cina, condannati spesso a manicomi criminali, dai quali non avrebbero mai più visto la luce. “La probabilità che la polizia assistesse dei cittadini onesti in cerca di aiuto dallo Stato era prossima allo zero. Il guardiano sorveglia il ladro, ma chi sorveglia i guardiani?”  


 
Ed è così che al filo dipanato di una secolare storia di soprusi, se ne intreccerà uno d’amore, tesi da passioni differenti, ugualmente feroci ed allo stesso modo violate. Di quell’impegno umano resterà un profondo segno ma anche una lunga ed ingiusta prigionia, mentre dall’unione di due anime nascerà vita nuova e presto travagliata. Un “Ti amo” si infrange contro un vetro quando anche l’ultima speranza muore, la coscienza civile di un popolo lentamente si estingue ed un carro armato marcia sulle voci unite in protesta. Resta solo una manina tesa, i polpastrelli che cercano un viso e trovano nient’altro che un muro invisibile. Nell’aria, le uniche parole che il vento non potrà mai portare via: “Sei la gioia di papà”. “Infine, c’è la zona grigia della rieducazione, del contenimento di una presunta minaccia, una nebulosa di arresti domiciliari, di restrizioni alla libertà, di vessazioni, senza documentazione o ragioni ufficiali. Per ordine di un superiore, per prevenzione o chissà per sadismo, per il puro gusto di piegarti la vita a piacimento.”   

Gabriele Barbati

Alla meticolosa accuratezza giornalistica dei fatti si affianca una prosa mai slavata, spesso brutale e cristallina, che permette di gettare lo sguardo su un mondo ancora troppo poco noto. La lettera che Hu Jia scriverà per raccontare al mondo la condizione della Cina prima delle Olimpiadi ed il racconto delle torture subite da Gao Zhisheng sono i tragici esempi di una contemporaneità che ha smesso di chiedersi cosa si nasconda appena sotto una superfice smaltata, subito dietro una vetrina ornata da generazioni di false promesse. “Chi verrà a Pechino vedrà grattacieli, grandi spazi, stadi moderni e gente entusiasta. Vedrà la verità, ma non tutta la verità, solo la punta di un iceberg. Chi verrà potrebbe ignorare che dietro armonia, fiori e sorrisi vi sono lacrime, rivendicazioni, sangue e torture.”  
 
“Ho immensamente voluto” è la cronaca nera di una violenza perpetrata che spazia dai malati abbandonati alla solitudine di una morte senza scampo, fino alle repressioni forzate, passando per detenzioni irregolari, aborti obbligati, sterilizzazioni forzate, discriminazione dei disabili, sequestri da parte delle autorità, uomini smarriti senza lasciar traccia, famiglie abusate e messe “in gabbia”, confische, pestaggi e sevizie di ogni genere. Barbati, racconta la Storia delle lotte e delle persecuzioni cinesi, e la storia di un sentimento puro ed ingenuo, entrambe immutabili, entrambe dolorose, entrambe tragicamente reali. “Andava in scena un colossale spreco di denaro, a fronte di bambini senza scuola, di anziani che non potevano per mettersi una visita medica e di migliaia di persone espropriate dai vecchi quartieri del centro città. Nella Cina moderna, affannata dalla corsa al benessere, eravamo tutti delle note a margine della prosperità.”  

Ho chiamato un amico, mi ha domandato se avessi paura. Non è paura, gli ho risposto. È nausea.

“Ho immensamente voluto” di Gabriele Barbati, edizione Funambolo.

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