La malattia mentale è stata da sempre oggetto di fascinazione narrativa e protagonista di molte storie. Tuttavia, non mi era mai capitato di imbattermi in una lettura che affondasse così profondamente dentro il buco nero del disagio, nella visione sfocata delle fotografie venute male, nelle trame sbagliate della realtà quando si smaglia. Lo sbilico è un romanzo autobiografico che indaga la malattia, il malessere, l’allucinazione e il tormento del protagonista, e lo fa alternando un rigore quasi scientifico nella descrizione dettagliata dei sintomi e dei farmaci, a un afflato di lirica potenza quando Pierantozzi urla il peso del suo dolore senza tracce di compiacimento o di espedienti consolatori. Ambientato tra Milano e l’Abruzzo, dove lo scrittore è nato, Lo sbilico narra l’ordinarietà del quotidiano, con i suoi rapporti familiari, le giornate al mare, la palestra, attraverso la lente deformante della malattia mentale, scaraventando il lettore sull’orlo di un precipizio di senso, dove un solo passo falso può decretare lo smarrimento irreversibile, il baratro senza ritorno.
La lingua intrappola le parole che non si possono dire

Il merito, grandissimo, dello scrittore risiede nell’aver saputo imbrigliare nel pentagramma delle parole quello che non si può dire, costruendo una sorta di sontuoso sistema di sostegno linguistico alla mente che vacilla. E di aver dato un corpo al disagio della mente che qui si fa materia, cellule, sangue, umori.
E’ un libro che arresta il movimento, che non si dimentica, al quale pensi per giorni dopo averlo finito, una lettura che costringe a superare i propri argini interiori per guardare dentro la malattia e la solitudine, la superficialità di una società inadatta a capire e il potere salvifico della scrittura. Riflettendoci, alla fine delle pagine, in uno specchio che ci restituisce un’immagine diversa di noi stessi.
Un libro magnifico e terribile nel quale la lingua si fa frastuono assordante, eco e germoglio.
IL VINO
Si abbina a questa lettura un Raboso veneto: un vino profondo, con spiccata acidità e tannini marcati, in grado di restituire in gusto la tensione narrativa del testo.
LA CITAZIONE

“Dalle parole non escono acqua e aria, per me, ma un fumacchio di allucinazioni. Sono le parole a secernere la mia follia. Sotto la parola «follia», sotto la «f», sotto l’accento sulla «i», sono scomparso ancora prima che la malattia mi fosse diagnosticata. Nel mio cervello le parole si somigliano tra loro piú di quanto somiglino alle immagini che mi indicano. Le parole non sono steli di zizzania che posso estirpare dall’orto quando mi pare. Le parole, le loro sillabe, le loro lettere pallottolose, il loro inchiostro schiacciato sulla pagina, il loro suono, funzionano da diserbante o da concime. Solo loro sanno ridurre l’irriducibile”.
Lo sbilico, Alcide Pierantozzi, Einaudi editore, a cura di Sopra le righe.

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