“La radice del male” di Adam Rapp: la violenza dietro alle tendine a fiori delle famiglie americane

Nell’America degli anni Cinquanta, le crepe della violenza dietro una famiglia apparentemente normale

Siamo nell’America degli anni Cinquanta, in una piccola cittadina dello Stato di New York. È l’America della guerra in Corea, ma anche quella del conformismo e dell’ottimismo di facciata, l’America di Elvis Presley e quella del Maccartismo, quella delle casette a schiera incorniciate da prati ben curati, dove si custodisce il sogno americano, ma dove si cullano anche violenze indicibili.

Il libro, attraverso un arco narrativo di sessant’anni, racconta le vicende dei Larkin, all’apparenza una normale famiglia americana composta dai genitori e da cinque figli. Ma il sipario dell’ordinario lascia da subito intravedere le quinte di una violenza trattenuta che, oltre a circondare la famiglia, vi si annida in maniera inespugnabile. La madre è sostenuta da un’incrollabile fede cattolica, mentre il marito si è chiuso in un silenzio quasi assoluto dopo aver combattuto in Corea. Myra è la figlia più equilibrata e serena, quella che accudisce con pazienza la sorella Joan, affetta da ritardo mentale; Lexy è ansiosa di raggiungere traguardi importanti e convenzionali; Fiona è, invece, un personaggio travagliato e irrisolto, che per tutta la vita tenta invano la carriera di attrice.

Un’innarrestabile spirale del male

La radice del male, copertina

E infine c’è Alec, il personaggio che, più di tutti, incarna il male, il disagio, la rottura con qualsiasi tipo di convenzione e rispettabilità, è il figlio ribelle e violento che vivrà  sempre di espedienti e furti, macchiandosi, nel tempo, di crimini gravissimi. Alec è fagocitato da un male che affonda le sue radici in un’infanzia segnata dagli abusi di cui è stato vittima, ma di cui si fa anche carnefice, in un terribile processo di reiterazione della violenza. E così il male diventa una spirale che si stringe come un rettile intorno non solo ai protagonisti, ma anche al lettore, che ne resta invischiato pagina dopo pagina, in un lento e inesorabile processo di risucchio.

Quando la madre inizia a ricevere preoccupanti cartoline da Alec, che sembrano il presagio di eventi spaventosi, sarà Myra a guardare in faccia l’abisso nel quale è caduto il fratello e a farsi argine allo sciagurato destino della famiglia.

Una scrittura feroce

La radice del male è una lettura cupa, durissima, che non prevede reti di protezione e che presenta spesso dettagli difficili da sostenere, ma sempre funzionali alla narrazione. Lo stile è potente, crudo, ma non mancano passaggi di inaspettata delicatezza (molto belle le metafore) che, per contrasto, rendono ferocemente perfetta la narrazione.

IL VINO

L’abbinamento enologico è con un Pinot nero della California, vino dai tannini morbidi e setosi e dal gusto raffinato ed elegante, come, all’apparenza, le famiglie americane raccontate dal libro.

La radice del male, Adam Rapp, NN editore, a cura di Sopra le righe.

LA CITAZIONE

“Con i suoi tredici anni, Myra è la più grande dei sei figli dei Larkin, perciò la madre ha deciso di concederle quel momento di libertà dopo la messa delle cinque, purché torni a casa puntuale per le sette e un quarto, in tempo per darle una mano col fratellino più piccolo, Archie. Finita la funzione, Myra punta subito a ovest e si incammina verso il piccolo diner con le sue scarpe di pelle bianche che un giorno, dopo una bella risuolata, passeranno a sua sorella Fiona, dodici anni a ottobre, solo sedici mesi più piccola di lei ma due classi indietro a scuola”.

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