Acque Farsa, Ulrich D. Estarossa: la parola alla massima espressione di potenza

Quando la poesia si fa cicatrice linguistica

Una polifonia di immagini visionarie, carnali, oniriche, che si fanno fiotto di sangue, lacerazione e benda, furore e urlo, impeto selvaggio e suoni meravigliosi trapunti di assonanze e reminiscenze. È così che si presenta la silloge Acque Farsa, di Ulrich D. Estarossa, un’opera straordinaria di poesia elettrica e convulsa, che non cerca la compostezza lirica, ma la contrazione, lo spasmo, la cicatrice linguistica.
Già la nota dell’autore dichiara una poetica  dell’urgenza, dove il verso è concepito come “atto di sopravvivenza” e “programma politico”. Qui il linguaggio non descrive il dolore, lo deforma. E lo fa attraverso la contaminazione con lessici contemporanei — medico, burocratico, mediatico — intesi come dispositivi di disumanizzazione che il poeta modella in materia lirica. Estarossa crea neologismi, fonde registri alti e bassi, alterna latino e lingua infantile, slogan televisivi e tensione elegiaca.

La violazione della compostezza estetica

Copertina

Testi come “Placenta a porcellana” mostrano subito la natura della sua ricerca: una poesia dell’origine ferita, dove il corpo è insieme biologico e metaforico e dove pulsano, vive, le radici della colpa. La placenta, la creta, la porcellana, il sangue e il calcare si fondono in un’immagine di nascita come strappo di utero e frattura permanente.

Molto forte è anche la dimensione autobiografica, una sorta di romanzo familiare in squarci, in cui la memoria infantile emerge attraverso dettagli poveri e potentissimi. E dove la sensibilità viene rappresentata come una forma di esclusione irrimediabile (spiazzante la rappresentazione della solitudine nella lirica sulla sua rubrica telefonica). Alcuni testi sfiorano deliberatamente l’eccesso, la ridondanza e la brutalità verbale, come atto di sabotaggio alla vacua compostezza estetica.

Quando la poesia si fa funzione civile

In alcune liriche, persino il richiamo alla  tradizione si fa specchio deformante.
E nelle poesie in cui il privato incontra il collettivo ci imbattiamo nella freddezza degli acronimi televisivi che diventano allegoria della neutralizzazione mediatica del genocidio, mentre i nomi della cronaca nera italiana risuonano in una litania funebre quasi pasoliniana. E’ qui che la poesia smette di essere solo confessione individuale e si fa funzione civile, persino inno alla pace (Laverei i pavimenti).

Estarossa gioca con la lingua, la possiede, la domina, la plasma, disegnando il conflitto tra sensibilità individuale e saturazione informativa del presente. In questa raccolta non troverete una poesia della misura, ma una poesia dell’accumulo nervoso, un’opera che ricusa la neutralità, che si imbratta con il corpo, la politica, la cronaca e il linguaggio stesso.

Acque Farsa è la parola nella sua massima espressione di potenza, la parola che oltraggia, che disorienta, che apre la diga e straripa. E tu anneghi nella sua onda impetuosa per riemergere, a pelle mutata, sulle rive di una nuova consapevolezza. E di un nuovo stupore.

IL VINO

Lettura da abbinare a un Cannonau di Sardegna: vino caldo e sanguigno, dall’eleganza non levigata che ricorda la lingua viscerale di Acque Farsa.

Acque Farsa, Ulrich D. Estarossa, Transeuropa edizioni, a cura di Sopra le righe.

LE CITAZIONI

Questa raccolta è, prima di tutto, un gesto di verità. È nata dalla mia solitudine, da un isolamento che nel tempo è diventato forma, linguaggio, destino. Non ho più chiari, semmai li avessi avuti, i meccanismi delle relazioni umane capaci di vedermi incluso, ma continuo a credere nel potere del contatto e del contagio: quello tra parola e lettore, tra respiro e verso. Scrivere queste poesie è stato, per me, un atto di sopravvivenza. Un ultimo atto di sopravvivenza. Un’ultima urgente occasione“.

Laverei i pavimenti

“per la sporcizia nel mondo
laverei i pavimenti,
ogni piastrella
sarebbe zolla in pace”.

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