Malditesto

“Romeo e Giulietta 1949”: la nostalgia secondo Guccini

La chiave di lettura la dà lo stesso Guccini nella postfazione: «Alla fine di gennaio 2025 ero ricoverato nell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna. Non potendo leggere, non potendo scrivere, ho pensato di inventare una storia per tenermi compagnia».

D’amore, di morte e di altre sciocchezze

Non cercate in questo libricino più di quello che l’autore vi indica, perché impieghereste più in questa ricerca che nella lettura. Il racconto si muove in equilibrio tra autobiografia e invenzione, con le date che praticamente coincidono con la sua infanzia. Nell’anno in cui è ambientato il racconto, Guccini aveva un anno in meno rispetto al protagonista: un ragazzino che viene trascinato dai genitori nella bassa modenese, e che cerca in tutti i modi una via per non annoiarsi.

Deliziosa è l’analisi del piccolo di tutte le ipocrisie democristiane e cattoliche. La messa una volta l’anno, che conta pure se te la stai a sentire dalla piazza ed entri sul sagrato appena prima della fine, il prete che ti esorta a non toccarti quando tu ancora non capisci né dove, né perché potresti volerlo (finalmente posso dire di avere qualcosa in comune con Guccini) e tante altre cose che all’innocenza di un bambino appaiono assurde.

Passioni a confronto

Il titolo prende spunto dall’amore impossibile tra due persone ormai non più giovani, costrette alla clandestinità per sconvenienza politica. Ma nonostante la citazione a Romeo e Giulietta, qui non c’è né dramma né disperazione, come non c’è un arco narrativo che dia una collocazione alla storia. Di collocazione basta quella storica, nell’immediato dopoguerra, con tutte le sue cicatrici, i lutti e le vite deviate dal loro percorso naturale (noi possiamo appena comprenderlo, gli anni sottratti dal Covid sono quanto di più simile all’espropriazione di tempo che la guerra infligge alle persone – oltre a privarle di tutto il resto).

Una? Soltanto una?! Le avrei prese tutte. Fossero state almeno due avrei potuto barcamenarmi nella difficile scelta, ma una, una sola fra le tante opportunità, rendeva la scelta quasi impossibile, la decisione una tortura.
«Posso averne soltanto una?» chiesi.
Una delle zie mi guardò severamente: «Sai chi è De Gasperi? Be’, De Gasperi, questo grande uomo, così importante per tutti noi, per tutta l’Italia, ogni domenica mattina esce di casa e, dopo la Santa Messa, va in pasticceria e compra sette paste. Solo sette, perché in famiglia sono, appunto, sette. Una pasta a testa, e questo in casa De Gasperi».

Romeo e Giulietta 1949 è un racconto troppo breve per ritrovarci una struttura, né un arco, o personaggi che cambiano. È uno spaccato che inizia e finisce lasciandoci a rimuginare sulla nostra infanzia — la mia a fine anni Ottanta, la vostra chissà quando— e che soprattutto ci può mettere in guardia dalla nostalgia: che è bella e tutto quanto, ma se è in grado di rendere poetici persino gli anni del dopoguerra forse è davvero balorda come dice Olly (eeee, scusa Guccini, scusa, qui si parla di parole, non di musica).

Romeo e Giulietta 1949” di Francesco Guccini, Giunti, 2025. Malditesto.

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Tenere fuori dalla portata dei bambini

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