Accade oramai quotidianamente, quando si sente parlare del conflitto israelo-palestinese, di imbattersi in narrazioni fuorvianti, come ad esempio quelle che lo definiscono una guerra, quando in realtà una guerra non è, data la presenza di un solo esercito in campo: quello israeliano. Accade quotidianamente anche di assistere alla narrazione del popolo palestinese come fosse un’entità indefinita, una sorta di collettività di martiri obbligati a immolarsi davanti a un destino inesorabile: un popolo depotenziato, deumanizzato, addomesticato a ricoprire il ruolo di vittima perfetta, che deve incassare e subire in silenzio violenze, soprusi, stragi, crimini di guerra.
È esattamente su questo punto che insiste Mohammed El-Kurd che, con il saggio Vittime perfette, non si limita a raccontare la devastazione della Palestina e dei palestinesi per mano di Israele, ma si addentra nel losco e oscuro meccanismo globale che contribuisce a costruire un’idea ben precisa del palestinese: un soggetto che non può e non deve reagire, che non può dimostrare rabbia né risultare scomodo, che non deve neanche lontanamente provare una forma di odio verso chi ha invaso e distrutto la sua terra. Un’idea ben costruita attraverso le parole che, al pari di bombe e proiettili, possono distruggere e uccidere quando usate in modo improprio, preparando il terreno affinché quelle bombe e quei proiettili possano trovare giustificazione: linguaggio, comunicazione e narrazione, infatti, sono tre strumenti che, se utilizzati in maniera strategica, risultano determinanti nel rafforzare l’idea di un popolo, quello palestinese, che deve rimanere lì immobile ad assistere inerme alla sua fine.
La disumanizzazione dei palestinesi
“Noi [i palestinesi, ndr] non siamo automaticamente umani in virtù dell’essere umani. Noi dobbiamo essere umanizzati in virtù della nostra vicinanza all’innocenza: la pelle bianca, la civiltà, la ricchezza, il compromesso, la collaborazione, il non-allineamento, la non-violenza, la disperazione, la mancanza di futuro. […] L’umanizzazoine distoglie lo sguardo critico dal colonizzatore, puntandolo sul colonizzato, proteggendo così il progetto coloniale. Nel deviare l’attenzione, i difensori insinuano che gli oppressi devono innanzitutto dimostrare di meritarsi la libertà e la dignità. Altrimenti l’occupazione, l’assoggettamento, la brutalità della polizia, l’espropriazione, la sorveglianza e le “esecuzioni extragiudiziali” diventano giustificabili o addirittura necessari”. (pp. 38-39)
La lettura di questo saggio ha qualcosa di doloroso ma anche di disturbante: El-Kurd smonta l’idea tossica secondo cui una vittima è tale solo se docile, innocua, politicamente corretta e gradita ai più. Un’idea che spesso serve unicamente a rendere accettabile una narrazione che, nel momento in cui viene messa in discussione, mostra però tutte le sue crepe: perché, come afferma El Kurd nel libro, “il popolo palestinese ha sistematicamente chiarito che il nostro nemico è il sionismo, un’ideologia fondata sull’espropriazione, sul colonialismo d’insediameneto razzista ed espansionista. Il sionismo, non gli ebrei. La nostra capacità di realizzare questa distinzione è ammirevole e impressionante, considerata la mano pesante con cui il sionismo cerca di farsi sinonimo di giudaismo” (p 114).
Ma questa distinzione, da sola, non basta a scardinare la propaganda che mira a disumanizzare il palestinese, ed è per questo che El-Kurd pone domande scomode, che tentano di ribaltare la logica della vittima perfetta: “E se le tue vittime perfette di fatto odiassero davvero quelli che hanno ammazzato le loro famiglie?”. E ancora: “Se vuoi umanizzare il palestinese devi renderlo innocuo: ecco qual è il problema.”
Il cuore del saggio sta proprio qui: nell’impossibilità concessa ai palestinesi di essere complessi, contraddittori, arrabbiati: in una parola, umani.
“Ci supplicano di essere pacifici (o sottomessi) e pazienti, e quando lo siamo veniamo tollerati. Siamo deboli, e non erediteremo alcuna terra. È il futuro che non ci viene concesso: non possiamo essere ambiziosi o scaltri; non possiamo aspirare alla sovranità o alla vendetta. Siamo stati derubati del diritto alla complessità, ai sentimenti contraddittori, del diritto di ‘contenere moltitudini’. La nostra tristezza non ha i denti. Forse possiamo essere amareggiati, ma la belligeranza e l’ostilità — a quanto pare, concetti alieni per i nostri oppressori — ci esiliano al di fuori dell’umanità ancora una volta.” (p. 84)
Vittime perfette è un libro che incrina le certezze, che contesta la propaganda costruita ad arte cercando di restituire voce a chi viene ascoltato solo se mantiene una posizione di subalternità rispetto agli altri: i palestinesi, infatti, devono essere sottomessi, rispettosi, silenziosi nel loro dolore, altrimenti, agli occhi del mondo, perderebbero il loro stesso status di esseri umani. Ed è su questa ingiustizia che El Kurd si sofferma, offrendo una lettura che non cerca consensi ma che propone una prospettiva radicale e, proprio per questo, indispensabile per comprendere ciò che realmente sta accadendo non solo a Gaza e in Palestina, ma anche nelle nostre immediate vicinanze. Perché il punto alla fine è proprio questo: non si può cambiare la realtà e combattere contro le ingiustizie se si continua a usare un linguaggio che le giustifica e le alimenta. Ed El-Kurd, con questo saggio, ci costringe a riconoscerlo.


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