“Misurare il vuoto” di Caterina Villa: trasformare il dolore in una nuova possibilità di rinascita

Non c’è molto spazio per i sorrisi quando l’esistenza restituisce più dolori che gioie, quando neanche uno spiraglio di luce riesce a illuminare un presente appesantito e ottenebrato da ricordi dolorosi che col tempo non si diradano, anzi, si addensano sopra la testa come nuvole che restituiscono solo pioggia nera. Non c’è molto spazio per i sorrisi quando le fragilità non riescono a essere contenute, anzi, sembrano moltiplicarsi e attrarre altre negatività e ulteriori sofferenze. E quando si riduce lo spazio dei sorrisi di pari passo si riduce anche lo spazio della socialità: perché la solitudine diventa rifugio per chi, isolandosi, prova a raccogliersi in sé per difesa, anche solo per non mostrarsi agli altri mentre la sua esistenza sta andando in frantumi.
In “Misurare il vuoto” di Caterina Villa ho trovato poco spazio per i sorrisi, anche quelli solo accennati: i protagonisti del libro Ofelia, Simone e Nicola, infatti, malgrado inizialmente non si conoscano, condividono le stesse oscurità interiori, originate da perdite improvvise, relazioni tossiche e rimpianti di un passato che torna prepotentemente per ricordare ferite ancora aperte, che pulsano e dolgono, ma che soprattutto affogano il presente e ogni tentativo di reazione.
Ma poi, in questo paesaggio emotivo così saturo di dolore, si apre improvvisamente uno spazio inatteso: è una roulotte apparentemente abbandonata sul lago Trasimeno che, malgrado l’aspetto fragile e traballante, sembra spalancare le braccia e invitare a entrare. Ed è questo che fanno Ofelia, Simone e Nicola: entrano nella roulotte, all’inizio per cercare uno spazio di difesa e, forse, di resistenza, poi lo trasformano progressivamente in uno spazio di cura, dove sì contemplare la sofferenza, ma anche scomporla, analizzarla, elaborarla. Perché il passato, affinché non diventi un macigno insopportabile, deve essere affrontato, elaborato, per renderlo più leggero e umanamente sopportabile: la roulotte, così, diventa anche spazio di trasformazione, in cui il vuoto non è più solo indice di assenza o di perdita, ma si configura come una nuova misura, quella del possibile cambiamento, di un nuovo punto di partenza da cui ricominciare a costruire vita ed esistenza.
Ho trovato molto interessante sia l’idea del romanzo, decisamente originale, che la sua polifonia, attraverso voci che si alternano e si sovrappongono nella narrazione, restituendo con grande precisione l’angoscia che accompagna i protagonisti nelle loro rispettive solitudini. E mi è piaciuto molto anche lo stile di scrittura: secco, deciso, incisivo, capace di scandire con un ritmo netto sia il tempo della narrazione che quello della sofferenza, come un metronomo che registra passi, respiri, tentativi, fallimenti ma anche piccoli successi che, pur nella loro fragilità, segnano impercettibili ma decisivi avanzamenti verso una possibile ricomposizione di sé.




