Libri in pillole

“Kentuki” di Samanta Schweblin: recensione libro

Kentuki è un libro che fa riflettere. Parecchio. Perché nelle sue 230 pagine è un po come se presentasse il conto dell’impatto che la tecnologia ha avuto sulla vita delle persone. Distanziamento sociale, confusione tra reale e virtuale, solitudine profonda, necessità di osservare ed emulare gli altri, necessità di esibirsi per sentirsi apprezzati, valorizzati, probabilmente vivi.

Kentuki: un rimedio per la solitudine

kentuki samantha schweblinChe poi è in parte quello che accade ormai da tempo sui social network: profili vetrina pieni di selfie e post acchiappa like, profili di utenti che sbirciano nella vita altrui. Attività che servono semplicemente per andare a colmare, male e temporaneamente, quel grande vuoto nel quale spesso ci si ritrova a fluttuare, al quale si può dare un nome ben preciso: estrema solitudine.

“Il Colonnello Sanders le si infilava in mezzo ai piedi, spingendo le punte della V fino a rimanere incastrato. Ogni tanto lei abbassava il libro e gli faceva qualche domanda, solo per capire se la persona che manovrava quell’aggeggio era ancora lì con lei, o se invece abbandonava il corvo per andare a fare qualcosa di meglio. La prima ipotesi, l’idea di qualcuno seduto a guardarla per ore, la spaventava, la seconda la offendeva. Quella persona, chiunque fosse, aveva una vita più importante della sua, tanto da poter lasciare l’apparecchio in attesa fino al suo ritorno? No, si diceva, se fosse così adesso non mi starebbe in mezzo ai piedi, a fare l’animale da compagnia alle 6:50 del mattino”.

Qui per ascoltare l’audio recensione del libro: 

Essere o avere un kentuki

Protagonisti del romanzo della Schweblin sono i kentuki, la nuova moda del momento. Sono apparentemente degli innocui peluche dotati di rotelle, dunque liberi di muoversi in autonomia, ma soprattutto di due telecamere sistemate sugli occhi. Questi peluche vengono manovrati da remoto da anonimi utenti, che diventano quindi dei veri e propri voyeur delle vite altrui. Si può decidere di avere o essere un kentuki. Chi lo possiede sa che avrà sempre qualcuno accanto a osservarlo e a fargli compagnia. Chi lo è sa che può osservare la vita altrui, insinuandosi nelle più profonde intimità, comodamente da casa sua. Ed è così che un ragazzo di Antigua potrà “toccare” la neve per la prima volta essendo un kentuki, o un marito tenterà di colmare l’assenza della moglie grazie al suo kentuki, o una pensionata di Lima riuscirà a seguire le avventure di una adolescente tedesca manovrando uno di questi arnesi.

“La gente pagava perché quell’affare la seguisse tutto il giorno come un cane, voleva una persona reale che mendicasse i loro sguardi”.

Kentuki di Samanta Schweblin è un libro distopico ma non troppo, visto che affonda le mani in una delle ferite della moderna vita sociale. La scrittura è molto scorrevole, mentre la struttura del romanzo è piuttosto semplice, con le varie storie che si alternano per arrivare a un epilogo che ho trovato leggermente deludente, ma che è ampiamente bilanciato dalla genialità dell’autrice che è riuscita a ideare una storia che non solo incuriosisce parecchio, ma dà molti spunti di riflessione.

“Kentuki” di Samanta Schweblin, edizioni Sur. Libri in Pillole.

Alessandro Oricchio

Docente e ricercatore di Lingua Spagnola, giornalista pubblicista iscritto all'Odg del Lazio. Amante dei libri, dei viaggi, del calcio, della lingua spagnola, del mare e della cacio e pepe.

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