“Hollywood, Hollywood!” di Charles Bukowski: quando gli emarginati e l’élite finiscono nella stessa inquadratura

Sembra già alquanto improbabile poter accostare il nome di Hollywood con quello di Charles Bukowski, dato che il primo rappresenta la macchina della finzione per eccellenza, delle feste patinate, delle star di successo, dei tappeti rossi e delle produzioni milionarie, mentre il secondo è lo scrittore del realismo sporco, che ha costruito gran parte della propria fortuna letteraria raccontando la vita degli ultimi, degli emarginati, di quelli che sono rimasti fuori dall’inquadratura del sogno americano.

Eppure questo incontro è realmente avvenuto: con Hollywood, Hollywood!, infatti, Bukowski racconta la realizzazione di Barfly, film autobiografico tratto da una sua sceneggiatura, che racconta la vita del giovane autore, vissuta tra alcol, bar malfamati, risse, rapporti complicati con le donne e con la società in generale, un’esistenza praticamente agli antipodi di quell’idea di successo che Hollywood contribuisce da sempre a costruire e ad alimentare.

Ma la particolarità di questo romanzo, che a prima vista appare uno dei meno rappresentativi della produzione letteraria di Bukowski, è che, malgrado l’accostamento di questi due mondi sembri inconciliabile, ne esce fuori un racconto decisamente equilibrato: da una parte, infatti, c’è un Bukowski ormai maturo che, accompagnato dalla moglie Sarah, si ritrova immerso nell’universo hollywoodiano dal quale, tuttavia, riesce a non lasciarsi sedurre completamente, rimandendo fedele ai propri principi: segue la realizzazione del film ma continua a bere alcol, a scommettere sui cavalli e a osservare il mondo esterno col suo consueto disincanto; dall’altra, invece, c’è una Hollywood che Bukowski spoglia della sua tipica patina scintillante e che si rivela per quello che è realmente: un luogo popolato da produttori ossessionati dai soldi e dal successo, da registi costantemente alle prese con isterici imprevisti, con attrici e attori fragili e capricciosi, con giornalisti affamati di scoop e gossip.

E nonostante lo scenario sia profondamente diverso rispetto a quello dei suoi romanzi, o dei suoi racconti, più celebri, il centro della narrazione, in realtà, rimane sempre lo stesso: l’essere umano. Che qui, però, non è rappresentato solamente dagli uomini soli e “maledetti”, da quelli schiacciati da alcol, povertà ed emarginazione, ma anche, o forse soprattutto, da quei personaggi che appartengono a quella élite privilegiata che vive tra agi e ricchezze, ma le cui fragilità non sono poi così tanto diverse rispetto a quelle dei primi: cambiano abiti, scenari, possibilità economiche e dinamiche sociali, ma non l’insicurezza, la frustrazione, il costante bisogno di approvazione e lo spettro del fallimento.

Ed è proprio questo, a mio avviso, l’aspetto più interessante del romanzo: perché Bukowski in pratica ribalta la prospettiva per mostrare come anche in un ambiente apparentemente inattaccabile ci siano persone che vivono costantemente in bilico e non solo super eroi, e lo fa diradando quella nube di aura che avvolge l’universo cinematografico per mostrare la sua quotidianità e i suoi meccanismi, per evidenziarne le contraddizioni e per dimostrare che non esiste alcuna perfezione umana, neanche dietro le telecamere, ma soltanto uomini e donne con le loro paure, debolezze e fragilità.

“Hollywood, Hollywood!” di Charles Bukowski, edizioni Feltrinelli.

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