Se siete alla ricerca di un libro che affronti il tema della precarietà lavorativa, credo che difficilmente possiate trovare un titolo migliore di questo: perché Factotum è un folle viaggio all’interno della precarietà con la P maiuscola, impersonificata da Henry Chinaski, alter ego di Charles Bukowski, che nel corso del romanzo si cimenta in decine e decine di lavori diversi senza riuscire a tenersene stretto nemmeno uno.
Ma la precarietà di Henry Chinaski è, prima di tutto, esistenziale: ambisce a diventare uno scrittore, invia racconti e manoscritti alle riviste nella speranza di essere pubblicato e, nel frattempo, è costretto ad accettare qualsiasi impiego pur di sopravvivere. Ma sono lavori che lo consumano emotivamente e psicologicamente, fino a spingerlo a riversare, quasi con violenza, tutta la sua frustrazione nei suoi vizi: l’alcol, il sesso e le scommesse.
Diventa così un’operazione frenetica seguire Henry Chinaski saltare da un colloquio all’altro, da un impiego all’altro, in un susseguirsi di lavori che non riesce appunto a mantenere per più di uno o due giorni: Chinaski entra ed esce dai posti di lavoro come si entra e si esce dai bar, senza convinzione, senza grandi aspettative, con una sorta di disillusa consapevolezza che nulla potrà davvero cambiare la sua vita, di certo, non quei lavori meccanici, provvisori, mal pagati e poco stimolanti.
Mi sono divertito a leggere Factotum, che poi è un romanzo fortemente autobiografico nel quale Charles Bukowski racconta in forma romanzata una parte della propria vita: perché se da una parte Henry Chinaski sembra un semplice ubriacone scansafatiche che preferisce oziare piuttosto che lavorare, in realtà, rappresenta contemporaneamente anche l’uomo che decide di rifiutare apertamente di adattarsi alle regole e soprattutto alle aspettative di una società che impone di correre sempre più veloce, di produrre sempre di più e che tende a misurare il valore di una persona in base al suo status lavorativo e alla sua capacità di produrre e consumare. Ed è proprio qui che Bukowski lancia la sua personale stoccata al cinismo del sogno americano, che tanto promette e poco o nulla restituisce, se non illusione, alienazione e precarietà esistenziale, e così i suoi eccessi non sono solamente vizi infantili, ma il tentativo disperato di sottrarsi a una realtà che lo opprime, lo soffoca, risultandogli tremendamente distante.


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