Terra, alberi, radici, vento, polvere, l’attesa della pioggia, il sole che brucia corpi e vegetazione, la vita scandita dal susseguirsi delle stagioni che si alternano e che, come un metronomo antico, regolano i ritmi dell’esistenza, comprese le scelte degli uomini, le loro speranze, ambizioni, aspettative, i loro pensieri, ma anche i loro timori. Con “Al Dio sconosciuto” John Steinbeck costruisce un romanzo fortemente di terra, di terra intesa come elemento imprescindibile che genera vita, una terra che non è soltanto possesso ma senso di appartenenza, perché chi la vive e la abita lo fa in modo totalizzante, come se fosse parte integrante della terra stessa, come se dovesse sottostare ai suoi ritmi, ai suoi cicli, ai suoi meccanismi.
Il romanzo ruota attorno alla figura di Joseph Wayne, un giovane che decide di lasciare genitori e fratelli per emigrare verso l’America del West e stabilirsi a Nuestra Señora, dove raggiunge il sogno di avere una terra tutta per sé. Ed è in questa valle californiana, che inizialmente appare fertile, generosa e accogliente, che Joseph riesce a emanciparsi e a ricominciare una nuova vita: costruisce da zero il proprio ranch, che vede crescere e proliferare, ricompone la famiglia con l’arrivo dei fratelli e delle rispettive famiglie e, per un tempo che appare quasi sospeso, tutto sembra assumere i contorni di un piccolo Eden terreno.
Ma Steinbeck, fin dalle prime pagine, lascia filtrare una sottile inquietudine che genera una sorta di presagio: perché l’equilibrio tra uomo e natura, malgrado possa apparire talmente viscerale da essere definitivo, rimane pur sempre precario. Una precarietà al cui interno si generano diversi dualismi, tra fertilità e aridità, tra vita e morte, tra fede e sacrificio, che diventano degli spartiacque nella vita di Joseph: tutto, però, riconduce sempre alla stessa origine, alla terra, al luogo in cui tutto nasce e tutto ritorna. Ed è un legame così forte da superare anche la semplice dimensione naturale, finendo per assumere i contorni di una fede profonda, a tratti primordiale: non è semplice venerazione, bensì un rapporto di interdipendenza in cui la terra diventa divinità, destino, primo e ultimo rifugio. Per questo “Al Dio sconosciuto” è anche un romanzo di profonda solitudine: perché l’esistenza di Joseph appare irrimediabilmente diversa da quella degli altri, con cui interagisce, parla, comunica, ma la sensazione è che il vero e unico dialogo possibile sia quello con gli elementi naturali: la terra, appunto, e soprattutto la quercia, nella quale continua a vivere lo spirito del padre scomparso. Un albero che rappresenta memoria, radici, origine, il punto di contatto tra passato e presente, tra vita e morte, tra l’uomo e quella natura alla quale, inevitabilmente, appartiene.
Naturalmente, non si può non parlare della straordinaria abilità di Steinbeck nel rendere le descrizioni dei paesaggi quasi tangibili, attraverso una scrittura in grado di coinvolgere tutti i sensi e che trasforma la natura in un personaggio aggiunto alla storia, probabilmente il più importante dell’intero romanzo: ci si ritrova, così, immersi in un mondo fatto di terra, polvere, vento, sole e pioggia, in cui ogni elemento acquista consistenza e sembra quasi di poter essere toccato con mano.
Un romanzo, a mio avviso, potentissimo (l’ennesimo di Steinbeck), che conferma ancora una volta la straordinaria capacità di Steinbeck di trasformare storie apparentemente semplici in profonde riflessioni sulla condizione umana.


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