Letture ravvicinate del terzo tipo

Salvatore Bruno, scrittore ribelle alle convenzioni narrative

L’allenatore, suo unico romanzo, compie 60 anni. The Book Advisor ha intervistato Daniele Greco, biografo di Bruno

Esattamente sessant’anni fa, il 7 luglio 1963, è stato finito di stampare il romanzo L’allenatore di Salvatore Bruno per l’editore Vallecchi; e quest’anno ricorre, inoltre, anche il centenario della nascita del giornalista e scrittore salentino nato a Presicce il 10 agosto 1923.
Salvatore Bruno, Totò per gli amici, negli anni della formazione universitaria, a Firenze, ha fatto parte della Resistenza armata. Da freelance lavorava per l’Espresso, per il terzo canale della Radio e ha pubblicato innumerevoli testi firmandoli con pseudonimo.
Tuttavia L’allenatore resta il suo unico romanzo, nonostante quando venne pubblicato riscontrò fin da subito un buon successo tra il pubblico e la critica.

Due le ristampe avvenute postume, prima nel 2003 da Baldini&Castoldi e poi nel 2022 da Bordeaux edizioni.
Il romanzo, dedicato all’oriundo Omar Enrique Sivori, scivola sotto gli occhi del lettore (inteso ambosessi e genderfluid) come lava, quasi del tutto privo di punteggiatura, mescolando registri linguistici e personaggi di varia estrazione sociale e culturale degli anni Sessanta italiani.
La metafora calcistica, testimoniata anche dal titolo, è solo un pretesto per raccontare in realtà un’ossessione sentimentale. Diviso in cinque capitoli con una struttura a clessidra, il cui centro è – appunto – nel terzo, nasconde, in più parti, pezzi autobiografici che aiutano a riscoprire questo autore laconico e solitario scomparso nel 2001.

The Book Advisor prova a ricordarlo intervistando Daniele Greco, suo maggiore studioso nonché biografo, docente di italiano in provincia di Bergamo. Alla sua appassionata e importante ricerca dobbiamo la scoperta dello pseudonimo utilizzato da Bruno, Romano Salvadori, con cui firmò molti lavori.

in foto Daniele Greco

Greco, oltre ad aver scritto una biografia – purtroppo – ancora inedita, ha curato anche in maniera impeccabile la postfazione dell’ultima edizione del libro edito dalla romana Bordeaux edizioni, la cui introduzione è stata invece affidata alla preziosa penna del filologo e critico letterario Massimo Raffaeli.
Due le canzoni leitmotiv del testo: Sivori cha cha cha di Don Marino Barretto Junior e Capatosta sweet di Connie Francis che si intrecciano con la bravura stilistica e linguistica di Salvatore Bruno, acuto e sensibile osservatore (anche dei nostri tempi) dagli occhi nerissimi: «l’uomo del futuro non parlerà, per esprimersi si servirà dei robot che parleranno in sua vece», «ormai scrivono tutti scrivi in prosa se i versi non ti vanno tanto è lo stesso col boom accettano qualunque modo di scrivere ho quasi deciso di provare anch’io,».

Chi era l’uomo e lo scrittore, Salvatore Bruno?

«Bruno fu un giovane irrequieto che intorno ai sedici anni (fine anni ’30) scappò da Presicce con la fidanzatina dell’epoca, la figlia di un gerarca fascista locale, diretto a Numana, nelle Marche. Una volta scoperti, lei tornò a casa con la madre mentre lui venne cacciato dal paese per trasferirsi a studiare a Lecce, dove conobbe Vittorio Bodini e Oreste Macrì che lo avvicinarono a Vedetta mediterranea, un giornale fascista con una terza pagina che era una vera e propria isola letteraria.
Da Lecce andò a Firenze dove frequentò la facoltà di Magistero, senza mai laurearsi, e qui conobbe uno dei suoi maestri, Romano Bilenchi, che lo introdusse al quotidiano fiorentino Il Nuovo Corriere sia come autore di novelle sia come caporedattore della pagina sportiva. Dopo la chiusura del giornale da parte del PCI, in seguito a un editoriale di Bilenchi contro il regime staliniano che aveva represso nel sangue la rivolta degli operai di Poznan, in Polonia nell’estate del 1956, Bruno dovette trovarsi un’altra città e un altro lavoro. Scelse Roma, dove visse a lungo, facendo il giornalista per L’Espresso, Il Gatto Selvatico, Italia Domani e anche per il milanese Settimo Giorno. In questi anni si specializzò nel giornalismo sportivo, firmando con lo pseudonimo di Romano Salvadori che è un omaggio a Bilenchi, e redigendo anche diversi articoli autografi di cronaca e costume.
È da queste esperienze molteplici che ideò il suo unico romanzo L’allenatore con Vallecchi, nel 1963. In tanti gli riconobbero sempre delle grandi qualità, ma parimenti un’incapacità atavica di far fruttare il proprio talento per via di un carattere fortemente umorale e autodistruttivo».

L’autore salentino definiva il suo unico romanzo un «monologo esteriore». Qual è la principale qualità di questo testo?

«Personalmente lo ritengo uno dei libri più autentici e significativi, ma meno conosciuti, degli anni Sessanta. Uscito a due anni da Ferito a morte di La Capria (1961), a un anno da La vita agra di Bianciardi (1962) e un anno prima de Il male oscuro di Giuseppe Berto (1964), L’allenatore uscì dalla fucina intellettuale di un uomo che giocò con la moda joyceana del flusso di coscienza e del monologo interiore, per mettere in scena – sono le parole di una rarissima intervista di Bruno – “l’immagine di un Narciso moderno”: quella di un uomo solitario e inaccessibile che ama la Juventus in modo parossistico e disdegna le donne. Dietro questo ritratto, solo in parte autobiografico, Bruno scrisse una satira in cui criticò l’Italia degli anni Sessanta che flirtava troppo coi miti di massa del tempo – il calcio, l’adulterio, il mutato consumo culturale – ma ricorrendo a una lingua media, una lingua parlata, che egli riversò sulla pagina quasi senza punteggiatura per mostrare la petite musique del birignao piccolo borghese. Giorgio Caproni che in quegli anni lavorava alla traduzione di Morte a credito (Garzanti, 1964) di Louis Ferdinand Céline ne scrisse su La Nazione lodando Bruno come l’autore di un romanzo che sarebbe stato letto a lungo».

Il protagonista non ha nome, la sua voce è quasi muta, la non-punteggiatura che insiste nelle 152 pagine un valore aggiunto che richiede grande attenzione al lettore. Quanto è stato innovativo Totò Bruno?

«Sebbene il secondo capitolo del romanzo finì nell’antologia del Gruppo 63 (Feltrinelli, 1964) con titolo La barba lunga, partecipando alle inquietudini della Neoavanguardia che voleva radere al suolo il vecchio establishment letterario, il libro di Bruno è – come scrisse Cesare Garboli – un “orfano, non proviene che da sé stesso”. La sua originalità deriva dal fatto che Bruno reinventò alcuni motivi che egli colse negli autori a lui più congeniali, quali Joyce, Céline, Flaubert, Dostoevskij, ma anche il Michel Butor de La modificazione e l’Albert Camus de La caduta. Prendendo da ciascuno di essi, egli scrisse una sorta di autofiction antelitteram in cui il protagonista è un uomo che non riesce a integrarsi con lo spirito del suo tempo, prende la vita maledettamente sul serio e riserva la propria cristallina devozione sentimentale alla sola controparte che ricambiava il suo amore puro: la Juventus. Ma il ritratto di quest’uomo è tutto scritto dagli altri: dal “coro” di parlanti nei capitoli uno e cinque – che ricorre alla seconda persona singolare e risente de l’école du regard francese – e da due capitoli, il secondo e il quarto, in cui si leggono i soliloqui del personaggio femminile di Elisabetta. Tutti, o quasi, pressoché privi di punteggiatura».

Elisabetta è, appunto, la protagonista femminile alla cui voce sono affidati oltre due dei cinque capitoli che compongono il libro. Bruno è l’esempio di come una penna maschile possa raccontare nel profondo un personaggio femminile. Sei d’accordo?

«Sì, sono d’accordo e aggiungo che Elisabetta, nelle intenzioni di Bruno, appare come una grottesca Emma Bovary della società affluente. Il suo monologare petulante, intercalato da innumerevoli mioddio, tutti tesi a sedurre e stanare il protagonista maschile dalla sua proverbiale neghittosità, è rappresentativo – come scrisse Bruno su L’Espresso ne Il seduttore sedotto (luglio 1960) – di un genere di donne agguerrite che tra gli anni cinquanta e sessanta si stavano “liberando dalla paura del padre, del marito geloso e dell’ossessione della castità”. Questa donna così libera, così disinibita mise in imbarazzo il tipo umano del protagonista maschile del romanzo, che non seppe né volle approfittarne. Ma c’è dell’altro».

Salvatore Bruno (a destra) e il figlio di Cesaretto (in piedi) nella trattoria romana. Foto di Mario Dondero tratta dall’ebook “Con Flaiano e Fellini a Via Veneto. Dalla “dolce vita” alla Roma di oggi” di Giovanni Russo, edito da Rubbettino editore (2017).

Il mare ha un ruolo importante. In particolare lo Jonio e l’Adriatico, con Presicce e Numana che si contrappongono. Due città che nascondono anche dolori amorosi autobiografici.

«Numana forse fu il luogo decisivo sia della vita sia del romanzo di Bruno, anche se in due stagionidiverse. Se nella sua biografia rappresentò l’inizio e la fine di una brevissima stagione di passione per una coetanea, che culminò con una fuga d’amore finita male e determinò la contestuale cacciata di Bruno da Presicce; nel romanzo, Numana è un eden piccolo borghese della classe media dove invece l’adulterio non si compie. Colui che nella finzione dell’opera accetta la corte serrata di Elisabetta, la moglie del suo migliore amico Amleto, si ritrae all’ultimo istante, rifiutando di giacere con la donna, lo fa quasi per preservare l’incanto amoroso di un luogo di gioventù che credo non avrebbe mai dimenticato per tutta la vita.
Nel romanzo, però, questo non è esplicitato. Ne L’allenatore il rifiuto di commettere l’adulterio chiude il quarto capitolo ed è l’argomento dell’intero quinto e ultimo capitolo, dove il “coro” indaga sull’eventualità che lui a Numana avesse vinto o perso. Scrivendo la biografia di Bruno, in questi anni, mi sento di affermare che l’adulterio non consumato nasconda proprio questo punto d’orgoglio dell’uomo che preserva Numana da un “amore di contrabbando” e per giustificare la sua incapacità d’amare, si attribuirà l’appellativo di allenatore, un allenatore delle donne altrui.
Quanto a Presicce, dista dal mare dieci chilometri – Lido Marini è la spiaggia più vicina –ed è centrale nel terzo capitolo del romanzo».

Il rapporto padre-figlio è affidato al dialetto salentino nel terzo capitolo, dove «il patetico viaggio di ritorno con le voci di dentro» è al tempo stesso poetico e di grande impatto visivo tra arbiri de ulìa, muretti a secco, pajare. Un capitolo costruito con lucidità e ironia (non mancano infatti riferimenti alla civiltà industriale del Nord) per raccontare tutta l’Italia degli anni Sessanta?

«Il terzo capitolo de L’allenatore è il perno attorno al quale ruota l’intero romanzo. Qui, fin dall’incipit, vi compare anche la voce del protagonista che troviamo sulla banchina della stazione ferroviaria di Presicce in un dialogo faticoso col padre, in cui si alternano dialetto e italiano. Al personaggio del giornalista mondano, sempre in giro per l’Italia a scrivere i suoi articoli, Presicce appare come una copia uscita male dell’Italia del boom, dove neanche i compaesani in blue-jeans, a dicembre, davanti al juke-box gli suggerivano lo spunto per un racconto.
Ma l’intero capitolo è una resa dei conti di Bruno con la sua infanzia e giovinezza, e la figura paterna è decisiva perché nel romanzo è quella di un uomo smaccatamente sentimentale, patetico, che aveva inibito ogni manifestazione emotiva del figlio, ripetendo di continuo che “quannu nascivi te ridivene l’occhi” (quando nascesti ti ridevano gli occhi). Nella biografia di Salvatore, suo padre Andrea Bruno, fu anche un ciabattino, poi piccolo commerciante di scarpe, ma soprattutto un autentico donnaiolo del quale egli provava una certa vergogna e che dopo la pensione scialacquò i suoi pochi risparmi nella banda musicale del paese. Qualcosa che Bruno non gli perdonò mai e di cui scrisse alla sua maniera su L’Espresso (agosto 1960) in un articolo, La cornetta primadonna, che gli costò l’ulteriore ostilità dei presiccesi tutti perché, per colpire il genitore, derise la passione dei suoi compaesani genuina per le bande musicali che egli riteneva anacronistiche, rispetto alla radio e alla nascente tv».

Nel cuore del protagonista c’è posto soltanto per la Juve. Ma quando la Vecchia Signora lo delude, o il campionato è sospeso per la pausa estiva, allora può dare attenzione alle altre donne. Un romanzo che utilizza la metafora calcistica per raccontare di una ossessione amorosa. È la paura di amare che si cela in questo habere non haberi che lo rende, a tutti gli effetti, solo un allenatore sentimentale?

«Il romanzo ebbe una dedica singolare a Omar Sivori, al quale Bruno dedicò almeno tre lunghi articoli, perché egli vide nel campione argentino un fuoriclasse in mezzo a tanti prestatori d’opera, a tanti travet del pallone. Sivori – scrisse Bruno in un’intervista – “ha una personalità che lo fa essere un isolato, un solitario, quasi un Narciso per necessità: come il mio personaggio. In altre parole, c’è una sorta d’incapacità, d’impossibilità a uscire da sé, a liberarsi di se stesso che è comune sia al protagonista dell’Allenatore sia al carattere indipendente di Sivori e che spesso gli viene rimproverato come egocentrismo, egoismo. Vorrei aggiungere che nel mio libro ho anche cercato di dare, con un particolare tipo di linguaggio, il senso doloroso di questo flusso sentimentale, amorfo, puerile e insieme doloroso dei miti di cui siamo appassionati e vittime, e che è proprio questo aspetto la cosa a cui a tengo di più”.
La paura dell’allenatore di amare è la paura di cedere a dei sentimenti inautentici, posticci, massificati anch’essi, ai quali preferisce – nel gioco parossistico, arguto e anche grottesco del suo mulino filosofico – l’amore di Juventus, l’unico che fosse ricambiato dalla squadra più vincente d’Italia».

A chi suggeriresti la lettura di questo libro? (al di là dei tifosi juventini)

«Consiglio il libro a chiunque ami leggere delle opere letterarie e non di intrattenimento. Il libro richiede lettori lenti che non si spazientiscano davanti a quella pagina priva di punteggiatura e che, poco alla volta, apprezzino il mood di una stagione irripetibile e al contempo il valore universale di quelle piccole manie quotidiane che ci rubano l’attenzione allontanandoci da quella che forse potremmo ancora chiamare vita vera».

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“L’allenatore” di Salvatore Bruno, Bordeaux Edizioni. Letture ravvicinate del terzo tipo.

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