La versione di E

“Notte” di Hedgar Hilsenrath: recensione libro

Vi siete mai accorti che ci sono tematiche letterarie che vengono inoculate con sovradosaggi solo in uno specifico periodo durante l’anno e, subito dopo, poco più che il nulla? Letture come feste calendarizzate, come un giro in giostra dalla durata del santo quotidiano. [One shot].

Perché oggi c’è la memoria dell’orrore, ma domani è tempo dell’amore comandato, e dopodomani ci sarà quella bistrattata che è la poesia, le donne che vengono uccise ma che continuano a procreare, poi ci sarà la giornata in cui incasellare la natura, e poi e poi, e poi è Natale. Prêt-à-porter dei lettori non lettori. Quasi si volesse addestrare un esercito di programmati replicanti. Uno degli argomenti che ha la propria esplosione demografica in un preciso momento è, senza dubbio, l’olocausto. 27 Gennaio. Gli altri 364 giorni possiamo lasciarlo a prendere… [cenere] Così, oggi, in una qualunque giornata di Ottobre, ho deciso di (provare a) parlarne.

Notte di Hedgar Hilsenrath

notte Hedgar HilsenrathNon scriverò di Helga e del suo ossessivo cordone ombelicale: cappio annodato all’anima da una madre che racconta una vita di “banale” disciplina, di marmocchi giudei e di puttane ebree, a suon di ricatti emotivi. Non racconterò la storia di Malika, ragazzina rom che si cuce addosso l’identità di Miriam, ebrea, per sopravvivere in un campo di concentramento (sì, avete letto bene) e costruirsi un futuro nella Svezia razzista che l’avrebbe adottata poi. Non parlerò nemmeno di Heiner, comunista, ad Auschwitz, chiamato poi a testimoniare contro tutto ciò che di atroce e marcescente ha assistito. E della sua Lena: donna di coraggio, che lo va a raccogliere in tribunale, come un cumulo di macerie, per riportarlo alla vita durante un lungo viaggio di ricordi, incubi e dolore.

Fino a ricamare sotto il cielo polacco uno straccio di speranza. Poi… ci sarebbe Anna. Anna e il suo cuore bastardo di mamma, che vende il proprio involucro per salvare il frutto di un incondizionato amore. E, no, non parlerò di Stig e del suo viaggio fra ciò che doveva essere una denazificazione e si è rivelato un incontro di miserie di ogni razza, dove la fame rende ciechi gli errori. Non condividerò con voi nemmeno la coraggiosa inumana storia di Mila: innocente donna, incubatrice nell’incubo, che durante un’inverno perenne, dentro l’utero guasto di Ravensbrück, si aggrappa alla luce embrionale del sopravvivere. O William e Martha, che fra giochi politici e balli di pailettes, si muovono in mezzo all’ascesa delle bestie. Potrei continuare, ma voglio farvi conoscere lui: Ranek.

Voglio farvi conoscere lui: Ranek

Hedgar Hilsenrath
                               Hedgar Hilsenrath

Sui canali social è difficile trovarlo (uno dei tanti misteri riguardanti la diffusione delle letture con un click). I più gli sono girati al largo. Come dargli torto? In quasi 600 pagine ho anche temuto per il mio stomaco e ho avuto la necessità di una lettura lenta, dilatata. Da assimilare come un boccone un poco rancido, ma che non puoi fare a meno di assorbire (no, non sono quella che si turba facilmente). Potrei usare una delle frasi inflazionate in ambito letterario, ovvero: “un libro non per tutti, ma che tutti dovrebbero leggere”. Invece no. Vi dirò che Ranek non si consiglia. Ranek si sceglie.

Si sceglie di vagare con lui nel ghetto di Prokov. Non vi innamorerete di lui (io, in realtà, mi auguro di sì), a tratti proverete uno strisciante ribrezzo fra i pensieri. A un certo punto vi ritroverete ad esclamare “No, non farlo!”, e avrete voglia di dire “basta, pietà”. Dormirete, o farete finta di farlo, nel sudiciume del dormitorio, fra tifo, pustole, disgusto e corpi privati di ogni dignità. Annuserete l’illusione del bordello, e la vostra morale verrà infettata nelle cantine di improvvisati mercenari. Guarderete a ogni cosa come sacra pietra di scambio: dal tabacco ai portacipria, dai pettini alle scarpe di morti non ancora morti, e i denti… oh, i denti! E ogni essere (dis)umano, che incrocerete sulla vostra strada, sarà un eventuale pozzo di averi da saccheggiare. 

L’affetto sarà solo una distrazione a lavare i pianti, uno sguardo negato, un cuore deportato che non dà sostentamento. Sarete testimoni e assistenti di aborti, di perdite, di atti sessuali di promiscua sopravvivenza, di moribondi amori seppelliti come patate. Correrete a evacuare il vostro disgusto lungo un asse di legno nel bel mezzo di una voragine di escrementi. Sì, beh, se ci riuscirete, perché il destino è vischioso, e rischierete di caderci dentro. 

Il libro, letto due anni fa (pensate che in Italia arriva dopo più di cinquant’anni dalla prima travagliata pubblicazione ~ era scomodo. Lo è ancora ~ grazie a una delle scelte coraggiose di Voland e alla splendida traduzione di Roberta Gado), sembra intonso. Lo è. Non sono state necessarie sottolineature. Ho tutto marchiato a fuoco nelle pupille delle viscere.

Grottesco, apocalittico, disturbante e ironicamente nero. No, non c’è morale, non nel senso totalizzante del termine.

[Perché la s o p r a v v i v e n z a passa attraverso un solitario cinico o l t r a g g i o alla vita].

Read and React

Questo il mio “SMS” di fine lettura.

Quest’altro, invece, il mio #readandreact:

Cosa accade quando la struttura portante della nostra esistenza si accascia come una marionetta dai fili rotti? Quando, dove prima c’era un fiotto di umano calore ora c’è la disidratazione delle relazioni? Quando il nostro vocabolario intimo subisce un vigliacco attacco dislessico? Quando la perdita, il lutto, la mancanza, la feroce desolazione diventano il nostro unico ecosistema? Quando lo specchio non riflette più la nostra immagine, ma uno sconosciuto sistema in avaria? Quando la disperazione fagocita tutto, abbandonandoci all’anoressia vegetativa? [Cosa saremo disposti a fare per sopravvivere?] Quando saremo malconci, in un menomato quotidiano, riusciremo a indossare un lucido raziocinante restauro, o avremo anche il coraggio di impastare la vita con lo sputo? Resteremo dentro le linee di morale demarcazione o ci giocheremo anche l’ultimo barlume di dignità dentro un area senza rigore? Galleggeremo come olio fra regole di stagnante buonismo o arriveremo ad inabissarci finché non sentiremo un’esplosione di sistolica rinascita? [All in?]

Se siete arrivati fin qui (grazie) e vorrete lasciare un vostro pensiero (sul libro o sulle mie farneticazioni), sarò felice di leggervi.

“Notte” di Hedgar Hilsenrath, edizioni voland. La versione di E

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