“La penisola delle case vuote” di David Uclés: il caso letterario che ha incantato la Spagna

Ho impiegato oltre due mesi per scrivere questa recensione, complice la cronica mancanza di tempo che attanaglia l’uomo contemporaneo (non ho trovato una scusa migliore), una penna ultimamente asfittica e, soprattutto, una certa difficoltà a elaborare un’analisi strutturata di “La penisola delle case vuote”, libro che si abita, che persiste nella testa con un’eco che riverbera per molto tempo oltre l’ultima pagina.

Il romanzo, ambientato durante la guerra civile spagnola, fonde fatti storici con la finzione, le vicende familiari si abbracciano inesorabilmente a quelle di un popolo, il tutto narrato attraverso un filtro di realismo magico che, tuttavia, ho trovato distante dalla Macondo di Gabo, a dispetto di quanto citato nelle varie recensioni/critiche e nella fascetta editoriale.

La Spagna di Uclés è una terra, sospesa tra ferite, fantasmi e speranze dove il confine tra il reale e l’impossibile non esiste più. Le bietole parlano, uomini sanguinano sabbia, gli oggetti restituiscono melodie, le parole possono salvare o condannare. Eppure nulla di tutto questo appare artificioso, al contrario, l’uso di uno stile screziato di realismo magico diventa quasi necessario per raccontare una realtà che, da sola, sarebbe troppo crudele da sostenere, oltretutto per quasi 800 pagine, la fantasia entra nella storia per penetrarla ancora più profondamente.

La guerra civile attraversa ogni pagina, senza che essa sia ridotta a una semplice contrapposizione tra vincitori e vinti. È una tragedia collettiva in cui fratelli combattono tra loro, famiglie si frantumano e interi paesi si svuotano, lasciando dietro di sé solo case mute e vite sospese. Quelle case vuote del titolo hanno un forte valore simbolico, sono, infatti, la memoria di ciò che è stato perduto, il simbolo di un’assenza che continua a pesare sulle generazioni successive.

David Uclés con questo romanzo ambizioso e stupefacente, decide di scardinare le regole, di cambiare continuamente prospettiva e di interrompere il flusso narrativo con incursioni dentro il racconto per ricordarci che ogni storia è soprattutto un atto creativo, un’invenzione, una fantasticheria, un sogno ovvero un’illusione. Il suo narratore, ironico, onnisciente e incredibilmente umano, entra nelle pagine, dialoga con Franco, incrocia George Orwell, Pablo Picasso e molti altri, si corregge, dubita, gioca con il lettore, lo disorienta ma al tempo stesso lo accudisce, dando vita ad un apparente artificio metanarrativo, che però si rivela sorprendentemente naturale. Il racconto eccentrico del dolore e l’uso metafisico del pensiero chimerico mi hanno ricordato passi di Raymond Carver ma anche di Franz Kafka.

I libri come la penisola delle case vuote spiegano perfettamente il motivo per cui leggo, perché ti donano la sensazione di aver salutato delle persone reali, di aver sofferto e gioito, di aver vissuto dentro una dimensione parallela e di essersi lasciato alle spalle un paese che, per diversi giorni, hai imparato ad abitare. È uno di quei romanzi che ricordano perché la letteratura esiste, non per spiegare il mondo, ma per renderlo infinitamente più umano, rovistando nella sua insondabile e caotica complessità.

Il grande nucleo concettuale del testo è, infatti, proprio quello di trasformare una delle pagine più dolorose del secolo scorso in un’opera che celebra ostinatamente la vita, la memoria e il potere inesauribile dell’immaginazione.

Un romanzo monumentale, audace, doloroso, intimista, eccentrico e bellissimo, che entra di diritto a pieno titolo tra gli scaffali della mia biblioteca interiore.

“La penisola delle case vuote” di David Uclés, edizioni Neri Pozza.


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