Indimenticati

“Cannibali” di Mahi Binebine, Barbès (2008)

Può la luce, essere malinconica? Quella naturale di una notte senza nuvole, o quella artificiale di una vecchia lampadina o di un debole falò sulla spiaggia.

Può una scrittura essere solitaria, trasmettere al mondo l’essenza singola e senza appigli di una persona?

Mahi Binebine è pittore, prima che scrittore. E scrittore, prima che pittore (biografia in link, in calce). In una logica talmente dicotomica da risultare un cerchio che si chiude sugli esseri umani e sulle emozioni di cui ci fa testimoni. Non posso scrivere di cui parla o di cui dipinge, perchè farei un torto agli altri sensi che la sua opera culturale sa mettere in atto.

Scoprii Binebine con Cannibali, un romanzo breve e doloroso come la punta affilata di un coltello da tagliagole. Incide la carne, ti fa sentire il rumore della pelle che cede, l’odore del dispiacere ferroso del sangue. Era l’inizio del 2008 quando i tipi di Barbès Editore (*) portarono in Italia, con la traduzione di Paola Checcoli, quest’opera datata in origine 1999. Più di vent’anni, un’era quasi geologica per il mondo di oggi, pur rallentato dall’esperienza Covid. Erano gli albori di un dibattito globale sulla migrazione, sull’accoglienza. Si riscoprivano quei viaggi notturni in un mare scuro e, all’apparenza, senza fine. Viaggi che iniziavano e finivano sulla sabbia o sulle pietre, in due punti opposti ma vicini del Mediterraneo.

Cannibali ha tante voci, di uomini e donne che si ritrovano una sera sulle rive a Tangeri, pronti per la traversata direzione Europa. Una barca, lo stretto di Gibilterra, le luci della Spagna che, se strizzi bene gli occhi, puoi già vedere. La voce narrante è quella di un giovane, Azouz, che si erige a piccolo Caronte narrativo tra un insieme di altre voci e molti, molti corpi: di madri, di bambini, di maliani e magrebini. Vicende umane che Binebine, pittore e scrittore o scrittore e pittore, ha raccolto nel tempo e con modo, portandole a nuova vita attraverso (in questo caso) le pagine di un romanzo. Perchè alla fine, è di rinascita che parla Cannibali. Di nuova vita, di una seconda occasione. Di ripartire da un altro lato del mondo. Ripartenze e rinascite che implicano, ovviamente, un passato che è impossibile da dimenticare, e che sarebbe anche ingiusto fare: il punto di arrivo acquista valore se sai da dove arrivi e cosa hai lasciato, e soprattutto perchè. Ed è per questo che il piano narrativo del romanzo viaggia, non sulle onde del mare o tra rocce sconnesse, tra il presente di quella notte in spiaggia a Tangeri e i flashback di un passato individuale di ogni singola voce e corpo. Individualità che, se sai leggere e se ne hai voglia, capisci quanto in realtà siano vicini, si tocchino, creino resistenza e forza. Una forza non solo narrativa.

Ho scritto che Binebine si muove su più arti, pittura e scrittura. Questo sarebbe stato facile e banale da tradurre, in recensione, in una scrittura visiva, di pennellate, poetica a suo modo. Il francese di Binebine, e l’eccellente traduzione italiana proposta, non hanno invece solo i caratteri della pittura. Non sono soltanto una tela con sillabe ben messe e colorate al punto giusto, ma della pittura hanno preso il ritrattismo, il figurato, il reale, e hanno saputo portarlo, immergerlo in un’arte diversa. Hanno trasformato i dialoghi e i racconti degli uomini e delle donne del romanzo in biografie, in chiacchierate tra amici, in confidenze al proprio compagno, in sedute dal proprio psicologo. In diari segreti e in appunti sulla propria vita. E senza la pretesa di sbatterci in faccia i veri cannibali.

(*) progetto che, una volta terminato, ha poi visto confluire menti e idee nell’attuale e vivissima Clichy.

“Cannibali” di Mahi Binebine, edizioni Barbés. Indimenticati.

Ernesto Valerio

Ernesto Valerio, nato in Abruzzo (Lanciano) nel 1983, risiede a Mantova. Laureato in Sociologia, lavora da sempre come consulente commerciale, anche nel campo editoriale. Collabora con diverse realtà editoriali italiane nella redazione di opere narrative, per lo più "riscoperte". Leggere è la sua prima passione e unico vero vizio.

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