“Farsi male. Variazioni sul masochismo” Vittorio Lingiardi: il dolore che lega

Perché continuiamo a farci male, anche quando potremmo smettere? Perché restiamo in relazioni che ci svuotano, sabotiamo ciò che ci fa stare bene, trasformiamo la colpa in identità e il sacrificio in destino? In Farsi male. Variazioni sul masochismo, Vittorio Lingiardi affronta queste domande senza indulgenza né giudizio, esplorando una dimensione dell’esperienza umana tanto diffusa quanto fraintesa.
Lungi dall’essere una perversione marginale o un tratto esclusivamente patologico, il masochismo viene qui pensato come una possibilità strutturale del legame, una modalità attraverso cui il soggetto cerca riconoscimento, amore e continuità psichica, anche a costo della sofferenza. Lingiardi mostra come il farsi male non sia necessariamente una ricerca del dolore, ma piuttosto un tentativo di restare in relazione, di dare forma a un senso di colpa senza nome, di sentirsi vivi quando il piacere appare inaccessibile.
Muovendosi tra clinica psicoanalitica, letteratura, cinema e cultura contemporanea, il saggio costruisce una mappa articolata delle “variazioni” del masochismo: da quello morale e relazionale fino alle forme più estreme di autosacrificio e autolesionismo. In questa traversata, il lettore è costantemente chiamato in causa, perché il confine tra normalità e patologia non è mai netto, ma attraversa l’esperienza quotidiana di ciascuno.
Farsi male è dunque un libro che non si limita a descrivere il masochismo, ma lo interroga come nodo centrale dell’amore, della dipendenza e dell’identità, invitando a riconoscere quando la sofferenza è parte inevitabile del legame e quando, invece, diventa l’unico modo possibile di esistere per l’altro.
Come già in Arcipelago N. sul narcisismo, Lingiardi parte da un assunto inclusivo e disarmante: “siamo tutti masochisti, ma non allo stesso modo”. Il masochismo non è un’eccezione patologica, bensì una possibilità strutturale del legame, una zona di confine in cui il bisogno di amore, riconoscimento e dipendenza può trasformarsi in sottomissione, autosabotaggio, colpa e sacrificio.
Il saggio si muove su due grandi assi: una traversata clinica che esplora il masochismo morale, relazionale, virtuoso, vittimistico, fino alle forme più gravi di personalità masochistica; una traversata artistica e culturale, che convoca Freud, Lacan, Winnicott, ma anche Lars von Trier, Mishima, Barthes, Cavalli, Garrone, mostrando come il masochismo sia un tema costitutivo dell’immaginario occidentale.
Lo stile è uno dei punti di forza del saggio: Lingiardi scrive da clinico ma anche da narratore, evitando il gergo difensivo e scegliendo una lingua precisa, empatica, mai compiaciuta. Il dolore non viene spettacolarizzato, ma pensato.
Uno dei passaggi chiave del libro è l’idea che il farsi male non sia un’anomalia, ma una risorsa psichica primitiva: un modo per dare forma al senso di colpa, all’insicurezza, alla dipendenza e alla severità del Super-Io.
Qui Lingiardi compie un’operazione cruciale: normalizza senza giustificare, distinguendo con attenzione tra masochismo come tratto umano e masochismo come destino patologico.
Molto potente è l’analisi del masochismo nelle relazioni affettive, quando la sofferenza diventa continuativa ma la separazione appare impensabile. Lingiardi mostra come, superata una certa soglia, il legame non sia più sostenuto dalla reciprocità ma da una dinamica di dominio e sottomissione.
È qui che il libro parla direttamente all’esperienza comune: relazioni “sbagliate” che non finiscono, attaccamenti malinconici, colpe che non appartengono a chi le porta.
Indimenticabile è la lettura dei personaggi femminili di Lars von Trier (Bess, Selma), figure di un masochismo martirologico, in cui l’amore si trasforma in espiazione totale. Lingiardi mostra come qui il masochismo non abbia nulla di erotico: è una sacralizzazione della distruzione di sé, che interroga profondamente il confine tra purezza morale e annientamento.
Nel capitolo sull’autolesionismo non suicidario, il libro raggiunge una notevole finezza clinica. Il gesto autolesivo viene letto non come ricerca di attenzione, ma come tentativo di regolare un dolore psichico senza parole, di rendere visibile l’angoscia, di sentirsi reali.
“La pelle racconta”: una formula che condensa l’intero capitolo e restituisce dignità a comportamenti spesso banalizzati o moralizzati.
Particolarmente acuta è la figura del masochista virtuoso, colui che si sacrifica ostentatamente, trasformando la dedizione in superiorità morale. Qui Lingiardi smaschera l’ambiguità di una sofferenza esibita che chiede risarcimento, riconoscimento, fedeltà. Il sacrificio diventa credito, la bontà una forma di potere.
Farsi male non offre soluzioni rapide né ricette consolatorie. Il suo valore sta piuttosto nello sguardo con cui Vittorio Lingiardi restituisce dignità e complessità a una dimensione spesso banalizzata o patologizzata. Il libro invita a riconoscere quando la sofferenza è parte inevitabile del legame e quando, invece, diventa un destino ripetuto e sterile. In questo spazio di consapevolezza si apre l’unica vera alternativa al farsi male: non l’eliminazione del dolore, ma la possibilità di scegliere relazioni in cui la vulnerabilità non coincida con l’annientamento di sé.
Il masochismo non è il desiderio di soffrire, ma il tentativo – spesso disperato – di mantenere un legame, di esistere per l’Altro, di dare un senso al dolore quando il piacere sembra irraggiungibile.
“Farsi male. Variazione sul masochismo” di Vittorio Lingiardi, Einaudi. Il respiro dei libri.



