“Patria” di Fernando Aramburu: recensione libro

Non mi piace il termine Patria, la sua maiuscola impostaci tra i banchi di scuola, la sua connaturata idea di proprietà, la necessità della sua difesa, quando di quel pezzetto di terra che ci è toccato in sorte abbiamo a malapena un fragile possesso che si protrae per un risibile arco di tempo. Preferisco chi parla di paese, del suo paese, chi utilizza un lemma a sciovinismo ridotto e con le mani non lorde di sangue, una parola che suggerisce idee di accoglienza più che di esclusione.

Patria di Fernando Aramburu

patria fernando aramburuIl libro di Aramburu s’intitola Patria, con la “p” maiuscola, ma sono certo che Fernando sottoscriverebbe la mia premessa. E questo pur essendo basco, pur amando la sua terra come solo un basco sa fare, pur amando la storia della sua terra, la sua cultura e l’euskera, lingua che fatica a sopravvivere nei suoi stessi territori.
Questo romanzo ci invita a riflettere sul significato della parola patria, e lo fa narrandoci la storia di due donne basche, Bittori e Miren, dei loro mariti e dei loro figli, un tempo quasi unico nucleo famigliare, poi ridotto in frantumi dalla follia patriottica e scagliato lontano dal proprio paese come i detriti di una delle tante esplosioni che erano modus operandi dell’ETA fino alla resa, all’abbandono della lotta armata, punto di svolta, gravido di conseguenze, con cui si apre il romanzo. Ci suggerisce che Patria a volte può essere una pericolosa zecca che s’insinua nelle pieghe delle differenze sociali, per rilasciare il suo veleno fino a quando le diversità potranno sopraffare il comune vissuto.

Una storia di straordinaria attualità

Una storia di straordinaria attualità per noi che non abbiamo dimenticato le gesta delle Brigate Rosse, quelle di Andreas Baader e Ulrike Meinhof, l’ira cattolica e repubblicana nella terra di Joyce, e che, nonostante tutto, ancor oggi ci facciamo sedurre da sirene che cantano di poetiche indipendenze, ma steccano con stridenti acuti di ben più prosaico egoismo.

Un romanzo possente che, sfruttando in modo impeccabile prolessi e analessi, si dipana alla ricerca di frammenti di vite avvelenate, spezzate e alterate, e lo fa, a volte con forza martellante, a volte col delicato tamburellare della pioggia, costante meteorologica in Euskal Herria, e protagonista nei momenti cruciali della narrazione. Pioggia che scivola via in rivoli di ostracismo portando con sé matrimoni, amicizie o semplici frequentazioni. Flusso cui non ci si può sottrarre, come non ci si può sottrarre alla chirurgica dicotomia, vittime/carnefici, magari con vittime guardate come carnefici e viceversa. Un romanzo che è dolente compendio di cicatrici che non sempre sono elementare forma di cura, come ci suggerisce Aramburu, ma spesso germoglio di altre ferite, perché ci sforziamo di dare un senso, una forma e un ordine alla vita, ma in definitiva la vita fa di noi quel che le va.

“Patria” di Fernando Aramburu, edizioni Guanda. I libri di Riccardo

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