I libri di Riccardo

“Il treno dei bambini” di Viola Ardone: recensione libro

Per comprendere un romanzo è necessario fare un po’ di strada con le scarpe di qualcun altro, nel nostro caso meglio ancora se con quelle del protagonista. Amerigo è ossessionato dalle scarpe, ci gioca, le osserva, le vede bucate, le sogna nuove e splendenti, cento punti. Ma le scarpe di Amerigo, spesso strette, in senso stretto non esistono.

Amerigo deve adattare il suo piede a forme altrui, così come voi dovrete adattare i vostri al selciato dei vicoli di una Napoli calpestata da una guerra, di una Napoli in cui i tedeschi, fortunatamente senza rappresaglia, avevano scoperto prelibate specialità partenopee, “i russi” rubano bambini, non si sa bene se per mangiarli, tagliargli mani e piedi, o mandarli in Siberia, e qualcuno rimpiange addirittura il re baffino. In poche parole, una Napoli in cui si fa in fretta a passare da poveri a pezzenti.

Raccontare di bambini con voce di bambino è operazione complessa, prova d’esame per qualsiasi narratore. Per trovare il corretto registro è necessaria una penna duttile, in grado di piegarsi a un linguaggio e a una spontaneità che non sono più quelli dell’adulto. Ecco perché, tolti i classici, i bambini memorabili della letteratura non sono poi così tanti, e ancor meno sono quelli narrati, o narranti, in prima persona: Amerigo, per certi versi, ricorda l’autobiografico Frankie McCourt de “Le ceneri di Angela”, con i bassi e la povertà di Limerick non poi così diversi da quelli partenopei del dopoguerra, e per la sua ingenuità pronta a mutare in straordinaria ironia, ha qualcosa dell’indimenticabile Momò di Romain Gary.

Nomen omen

Il nome Amerigo è quasi “omen” di viaggi in terre lontane, così come erano lontane Bologna e Modena nel ‘46. Trentadue ore di viaggio da Napoli, nel ‘46. Così come è ormai lontana dalla memoria collettiva una storia che coinvolse settantamila bambini, e di conseguenza centoquarantamila famiglie: quelle che aprirono le mani per ricevere cappotti, lasciando andare quello che avevano di più prezioso, e quelle che quei cappotti furono liete di reintegrare. Lontane, come ci paiono lontane, in questi “mala tempora” di ostentati egoismi, storie di solidarietà, belle storie chi aiuta a casa propria.

La Ardone schizza con mina leggera visi di bambini e adulti, la sua mano è delicata e poetica nel tratto, ma la memoria del lettore avverte subito che il segno di questa storia si andrà a fissare in profondità. “Non è arte mia ” è una frase che, in tutte le varianti, ricorre e si rincorre nel libro e, proprio per questo, mi piace chiudere rassicurando Viola: la narrazione è sicuramente arte sua.

“Ma la morte è subdola e prepotente, va a stanare le persone nelle loro abitudini, nelle loro piccole certezze e nei loro vizi”

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Viola Ardone nasce a Napoli nel 1974, è laureata in lettere, insegna italiano e latino, e ha alle spalle diverse pubblicazioni. Fra i suoi romanzi ricordiamo: La ricetta del cuore in subbuglio (2013) e Una rivoluzione sentimentale (2016) entrambi editi da Salani. Nel 2019 pubblica con Einaudi “Il treno dei bambini” che diventa rapidamente un clamoroso successo editoriale internazionale alla Fiera di Francoforte ed è in corso di traduzione in venticinque lingue.

Il treno dei bambini” di Viola Ardone, edizioni Einaudi. I libri di Riccardo

Riccardo Gavioso

Nasce a Torino nel 1959, dove si laurea in Giurisprudenza. Ma ormai incerto su chi fossero i buoni e i cattivi, e pur ritenendo il baratto una forma di scambio decisamente più evoluta del commercio, da allora è costretto a occuparsi di quest’ultimo. Inevitabile, quindi, che l’alienazione professionale lo spinga tra le braccia di una penna e che la relazione, pur tra alti e bassi, si protragga per diversi anni. Poi, deluso in egual misura da quel che si pubblica e da quel che non si pubblica, smette di scrivere narrativa e si occupa di giornalismo collaborando con diverse testate di rilievo e creando un blog che arriva a incuriosire diecimila lettori al giorno. Torna alla narrativa con Arpeggio Libero con cui pubblica attualmente. Ha ottenuto diversi riconoscimenti per i suoi racconti. Nel 1997 è stato finalista al Premio Internazionale di Narrativa “ Il Prione ”.

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