I libri di Riccardo

“I miei stupidi intenti” Bernardo Zannoni: recensione libro

Siamo uomini. Siamo nati per aspettare.
Anche se non ci chiamiamo Vladimiro o Estragone, Didi o Gogo, siamo nati per aspettare.
Anche se non ci chiamiamo Cesare, anche se non siamo perduti nella pioggia, anche se non siamo quel Cesare lì e anche se non stiamo aspettando da sei ore un amore ballerina, siamo comunque nati per aspettare.

Aspettiamo, aspettiamo… e aspettando, per ingannare l’attesa, finiamo per nutrire aspettative. Chissà poi perché le aspettative si “nutrono”, forse perché le aspettative sono voraci? …può essere. Sicuramente le aspettative del lettore sono tra le più voraci in assoluto, se vogliamo metterla così. E io avevo, scusate nutrivo, grandi aspettative sul libro di Zannoni: me lo avevano consigliato amici fidati e lettori esperti, entrambi mi avevano parlato di una scrittura fresca, di uno scrittore giovane, di un esordio quanto mai promettente, e, scegliete voi la divinità che “… solo lo sa”, se abbiamo bisogno di giovani di talento per poter ficcare qualche vecchia cariatide a prender caritatevole polvere in soffitta. L’idea, pur in bilico tra Fedro e La Collina dei Conigli, era originale nella sua classicità, e quella faina che faceva capolino dal Blu Sellerio sembrava chiamarmi a gran voce…

E quindi?

E quindi, effettivamente l’idea era buona, coraggiosa e originale, lo stile notevole nel suo non volersi far notare, il personaggio di Archy non banale, sfaccettato con perizia, destinato a intridere lentamente la memoria del lettore, come quello di Solomon o di un cane nato da un nido di vespe, eppure… eppure…

Eppure cosa?

Eppure il principe mi pare ancora poco vestito, meglio dirglielo ora prima che sia fatto re, o imperatore, a furor di popolo per poi dover andare a cercare un bambino che glielo faccia notare. Alcuni lettori potrebbero chiudere il libro dopo una manciata di pagine vinti dall’inaspettata crudezza della narrazione, o farlo in seguito, vedendo le proprie aspettative soffocate da un realismo che non si diluisce in animali, poco, o fin troppo, antropoformizzati e che pare suggerire piani di lettura più complessi. Sì, ma quali? Il problema è che il quadro non si presta a una visione d’insieme. In un mondo di animali che anelano a Dio e anelano all’uomo come mezzo per raggiungere Dio, che adorano come vitello d’oro gli strumenti per avvicinarlo, primo fra tutti la scrittura, animali che acquistano la consapevolezza della morte e subito la trasformano in ossessione, animali che però non cessano di essere sopraffatti dall’istinto, fino alle conseguenze bibliche più inaccettabili, le pagine di notevole poesia e di altrettanto notevole crudeltà, finiscono per essere un affascinante Mondrian: accostamenti coraggiosi e perfetti, delimitati con precisione da una scrittura raffinata, ma che non riescono a liberarsi da un senso di astrazione e incompiutezza… attributo, quest’ultimo, oggettivamente “bruttino” in assoluto, decisamente brutto quando si parla di scrittura e non si fa riferimento a scelte stilistiche dichiaratamente postmoderne.

Aspettative deluse quindi, anche se per non rovinare la lettura evito di scendere nei dettagli e fatico a spiegarvi il perché. Forse perché il primo libro dell’anno è una scelta a lungo meditata e le aspettative sono molto alte, poi nel corso dell’anno prendi qualche bella “fre…lusione” e rivedi le aspettative al ribasso. O magari il problema è che questo buon romanzo non è stato scritto per me, quindi l’ho letto con piacere ma non lo rileggerei, anche se mi rimane il dubbio che farei bene a rileggerlo, magari per rivedere il giudizio al rialzo, perché il lettore maturo è in grado di fare il critico anche di se stesso.

“I miei stupidi intenti” di Bernardo Zannoni, edizioni Sellerio. I libri di Riccardo

Riccardo Gavioso

Nasce a Torino nel 1959, dove si laurea in Giurisprudenza. Ma ormai incerto su chi fossero i buoni e i cattivi, e pur ritenendo il baratto una forma di scambio decisamente più evoluta del commercio, da allora è costretto a occuparsi di quest’ultimo. Inevitabile, quindi, che l’alienazione professionale lo spinga tra le braccia di una penna e che la relazione, pur tra alti e bassi, si protragga per diversi anni. Poi, deluso in egual misura da quel che si pubblica e da quel che non si pubblica, smette di scrivere narrativa e si occupa di giornalismo collaborando con diverse testate di rilievo e creando un blog che arriva a incuriosire diecimila lettori al giorno. Torna alla narrativa con Arpeggio Libero con cui pubblica attualmente. Ha ottenuto diversi riconoscimenti per i suoi racconti. Nel 1997 è stato finalista al Premio Internazionale di Narrativa “ Il Prione ”.

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