I libri di Marco

“Non sarò mai la brava moglie di nessuno” di Nadia Busato, Edizioni Sem: recensione libro

Librai e appassionati di lettura ti diranno sempre che non si fanno le orecchie ai libri, che i libri non vanno sottolineati mai, che devono rimanere intonsi. Se però ti capita per le mani Non sarò mai la brava moglie di nessuno di Nadia Busato, allora la frittata è fatta. E ti ritrovi a sottolineare, scrivere note a margine e prendere appunti come un matto. A tal punto che sono talmente tante le cose che vorresti scrivere, che poi non sai da dove cominciare.

Solitamente quando si parla di un libro si inizia dalla fine e da quello che infondo ci ha lasciato il libro. Qui invece è inevitabile cominciare dal principio. Non mi era mai capitato di sentirmi così scosso dalle prime righe e pagine di un libro. Nadia Busato non vuole darci tregua, è chiaro fin da subito che questo è un libro assolutamente potente. E lo fa nel miglior modo possibile.

Dalla stanza delle autopsie alla cucina

Ci ritroviamo nella stanza delle autopsie, su un tavolo di ferro viene dissezionata la lingua di un cadavere. Il lettore è disorientato, scioccato. Non capisce. La scena si sposta improvvisamente in cucina dove una mamma sta preparando la cena. Una lingua. Ben farcita e saporita. Come quella che solo nonna sapeva fare. Nonna che però riusciva a riempire la casa coi suoi sorrisi e le sue sonore risate. Mentre alla madre di Evelyn non resta che il silenzio. Che cosa se ne fanno i figli di una madre che non riempie le stanze con le sue risate? Come faranno a riconoscerla in mezzo a tanti, quando non saranno più in grado di vederla coi loro occhi da adulti? È questo che si chiede mamma McHale.

“Che tra tutti gli umori di un corpo vivo e di un cadavere morto, le lacrime sono le uniche a non interessare a nessuno.”

Eppure ciò che la lega alla più piccola delle sue figlie, Evelyn, è proprio il silenzio. Un silenzio fatto di sguardi persi nel vuoto, di piccoli momenti di smarrimento, di malinconia e nostalgia per il mare della California che non tornerà più. Il silenzio delle passeggiate notturne, proprie quelle che, in silenzio, la spingeranno ad abbandonare la famiglia. Ed è proprio il mare a fare un po’ da collante, la sua immensità, il suo saper essere silenzioso e soave ma contemporaneamente letale e tempestoso: il mare che riporta tutto ciò che ci finisce dentro ma che non è in grado di riportare indietro noi quando ci perdiamo. I suoi silenzi e le sue tempeste sono quelle che Evelynn eredita dalla madre, e che si porterà dentro per sempre.

“E rimasero così in silenzio un ventaglio di minuti. Le luci del grande atrio iniziarono a spegnersi, a blocchi, come su un palcoscenico che torna buio dopo che lo spettacolo è finito, il pubblico se ne è andato, gli artisti si sono cambiati e i tecnici hanno avuto il permesso di andare a riposarsi e tornare l’indomani per disallestire”

La ricostruzione del suicidio di Evelynn

Fin dalle prime battute si capisce che Non sarò mai la brava moglie di nessuno non è un libro come tutti gli altri. In esso Nadia Busato ha cercato minuziosamente di ricostruire le vicende che hanno portato al suicidio di Evelynn McHale quella terribile mattina del ’47. Ma lo fa in modo assolutamente non retorico, senza farla figurare come una noiosa didascalia di fatti e date. La sua abilità sta proprio nel portare al lettore tutta una serie di spunti di riflessione tramite la figura di Evelyn. Il suo è un modo di parlare di vita attraverso la sua massima forma di aberrazione e negazione, il suicidio. Operazione questa alquanto rischiosa ma quanto mai riuscita. Lo dice il titolo stesso. Non sarò mai la brava moglie di nessuno.

                                                           Nadia Busato

Nadia qui parla di emancipazione della donna, lo fa tramite questa donna, che diventa un simbolo non più della bit generation attraverso la foto del suo schianto che ha fatto il giro del mondo, bensì di una forma di ribellione, anzi, della massima forma di ribellione allo stato di cose: l’autodistruzione. Una non accettazione del ruolo stereotipato della donna che la vede come la brava casalinga che si innamora e fa figli quasi come se fosse un automa che deve seguire un copione già scritto. Ruolo che emerge persino quando alle donne è consentito di entrare nell’esercito.

Siamo a cavallo tra gli anni ’20 e l’immediato dopo guerra del secondo conflitto mondiale. Temi come il suffragio universale sono più che attuali, il ruolo della donna nella società americana sta cambiando completamente. Evelyn però non è una ribelle, una rivoluzionaria, la lotta che si scatena in lei non è contro il sistema, bensì contro se stessa e la sua incapacità di uniformarsi. E contro la sua debolezza. Si perchè ogni cosa la ferisce, ogni cosa le fa male: un dolore lancinante, il dolore più forte di tutti, quello dell’anima.

“È strano come le emozioni positive, l’armonia, la felicità, l’amore sia possibile avvertirle solo in loro assenza. A differenza del dolore, della disperazione, della paura che si manifestano evidenti e inequivocabili, che trovano una collocazione precisa nel tempo e nello spazio, che hanno un qui e ora, che hanno un evento detonatore e una fine certa. Si può dire: ho paura, ho nostalgia, ho male; ma non si può dire: ho la felicità, ho l’amore.”

Evelyn McHale, ovvero l’Ofelia dei nostri tempi

Evelyn McHale è l’Ofelia dei nostri tempi, solo che il suo è un letto fatto di lamiere anziché fiori e ninfee. E il suo non è un navigare lungo un rivolo d’acqua, bensì un tornare ad un mare carico di emozioni. Si perché Nadia riesce nella difficile impresa di prendere a sberle il lettore, disorientarlo con una prosa sublime, emozionarlo mentre enumera tutta una serie di temi. Peraltro lo fa utilizzando una struttura narrativa molto efficace: il libro è strutturato in capitoli, ognuno dei quali è dedicato a un personaggio che ha avuto a che fare con Evelynn. Dalla sorella al futuro marito, dal fotografo che l’ha immortalata nel suo ultimo viaggio alla redazione del giornale che la rese famosa, fino ad arrivare alla tenera e disperata Elvita, una ragazza di colore alcoolizzata che si lancia dall’Empire State Building procurandosi però solo una frattura. Un espediente questo che serve all’autrice per introdurre tutta una serie di argomenti: l’emancipazione della donna e il suo ruolo nella società, la guerra fredda, la necessità di creare comunque un conflitto e un nemico comune in periodo di pace. Due temi assolutamente attuali, in particolare qui da noi dove ogni giorno siamo alla ricerca di un nemico “diverso” a cui dare la colpa dei nostri fallimenti. Ma soprattutto il ruolo della donna in una società come questa, dove sembra di essere tornati al medioevo su temi come l’aborto, dove a decidere della libertà di scelta delle donne sono gli uomini. E dove ancora abbiamo paura di chiamare col proprio nome lo stillicidio delle donne. Non solo ci vergogniamo a pronunciare la parola femminicidio, ma non siamo nemmeno in grado di ammettere che si tratta prima di tutto di un problema culturale.

Non sarò mai la brava moglie di nessuno mi ha colpito per diversi motivi, innanzitutto perché Nadia Busato è proprio brava a scrivere. Con estrema naturalezza riesce a evocare immagini destinate a rimanere impresse come il fuoco vivo. Quando ad esempio parla di Evelyn e del suo prendere a calci i sassi che tracciano la strada della felicità, o del suo dissotterrare le asce della ragione per dichiarare guerra al buon senso. Oppure ancora nel suo saper evocare in modo così netto le emozioni umane, quando per esempio parla di come sia possibile avvertire le emozioni positive solo in loro assenza, mentre dolore paura e disperazione si manifestano in modo evidente ed inequivocabile. O ancora quando parla di New York e dell’empire state building, torre che è il trono e lo scettro di questo impero del capitalismo, ma che al contempo richiama una figura fallica a rappresentare le sue grottesche contraddizioni. Ma l’immagine che forse mi ha più colpito è quella del giardino della madre di Evelyn, in cui la piantina di giada è l’unica a morire se esposta alla luce del sole. Un po’ come chi decide di privarsi del bene più prezioso che ha, la vita.

L’altro motivo importante per cui mi ha colpito particolarmente questo libro, è il suo saper lanciare al lettore tanti spunti di riflessione ovvero la sua versatilità in quello che può lasciare a questo o a quel lettore. Ognuno può sentire in modo diverso e approcciarsi a questo libro in tante maniere. Mi piace la capacità che Nadia ha di mettere un piccolo seme dentro al lettore, un seme destinato a crescere e a trasformarsi in un albero pieno di interrogativi.
Ne avrei tante di cose ancora da dire, ma credo di poter concludere dicendo che Evelyn, nonostante tutto, sia in ognuno di noi. O almeno in chi come me, l’ha in fondo sempre sentita come un’amica che parla la mia stessa lingua.

“Non sarò mai la brava moglie di nessuno” di Nadia Busato, Edizioni Sem. I libri di Marco.

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