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“Non qui non altrove” di Tommy Orange: recensione libro

Secondo quanto credono gli indiani d’America, ogni uomo ha un animale come simbolo di quella parte invisibile di sé, del suo essere magico, della sua poesia. E questo animale rappresenta il suo totem, la sua essenza. Il suo non vivere in armonia con la natura e le sue creature ha generato il caos, ha menomato e svilito la sua anima, dissipato la magia. Il popolo nativo americano ha visto questo totem venire distrutto e disgregato in mille pezzi così come è andata distrutta e perduta per sempre la propria identità come nazione, come unità.

Ed è sulle macerie insanguinate di questo popolo che nasce una nazione cosi grande come quella americana. Fin dalle primissime pagine di Non qui Non altrove, il lettore viene preso letteralmente a sberle e messo di fronte a una realtà inconfutabile, storica.

Gli indiani ridotti a icone per berretti sportivi

Dalla cima del Canada e dell’Alaska fino al fondo del Sudamerica gli indiani sono stati rimossi, cancellati, massacrati, violentati, spezzati, mutilati e sostituiti con dei fantocci decorati di piume che andavano bene per cappelli e magliette di qualche squadra sportiva, mentre l’uomo bianco non ha fatto altro che propinarci l’immagine da mulino bianco del giorno del ringraziamento. Ma non solo.

Abbiamo sangue guasto dentro di noi», proseguì Sixto. «E alcune di queste ferite si tramandano. Lo stesso succede con quello che dobbiamo pagare. Noi dovremmo essere scuri di pelle. Tutto quel bianco che vedi nella tua pelle lo dobbiamo pagare. Siamo in debito per quello che abbiamo fatto alla nostra gente.» Teneva gli occhi chiusi, la testa leggermente china.

Il genocidio è proseguito con modalità più subdole, servendosi della legge. Esistono svariati modi per spazzare via una nazione, per cancellare l’identità di un popolo: la si può reprimere nel sangue oppure ridurla a un problema, la questione indiana ovvero una questione di stato da risolvere in modo tale che non sia più un problema perché tutti vengono divorati dal sistema. Si parla in questo caso di assimilazione. Parola che torna spesso nel libro di Orange. Assimilazione che prima avviene tramite la ghettizzazione nelle riserve e poi con le leggi di integrazione, tramite cui i bambini delle riserve vengono assegnati a famiglie non indiane.

Una sorta di inseminazione della vergogna attraverso la vergogna: la vergogna da piccoli di appartenere a un popolo selvaggio, la vergogna da adulti di aver tradito le proprie origini. Il processo di assimilazione doveva servire a rendere gli indiani uniformati agli altri, nell’aspetto e nel comportamento. Renderli delle mele, rossi fuori ma bianchi dentro. Processo che sarebbe dovuto culminare col rendere i nativi delle creature urbane. Ed è qui che il libro di Orange spicca il volo, perché la sua non è solo una critica feroce verso l’ipocrisia con cui è stata raccontata e falsificata la storia, ma è anche un voler segnalare quanto di sbagliato ci sia nella comunità nativo americana.

Per Orange gli indiani sono ciò che hanno fatto i loro antenati, il modo in cui sono riusciti a sopravvivere, i loro ricordi ancestrali, questo senso inappagabile e inappagato di appartenenza a un qualcosa che non c’è più ma che viene dal passato e che reclama. Essere indiano pertanto non significa il ritorno alla terra, l’indiano urbano riconosce più il rumore dell’autostrada che il suono dei fiumi, ascolta il fischio dei treni ma è sordo all’ululato del lupo. Orange sottolinea quanto la storia degli indiani sia spesso stata invisibile anche e soprattutto per come gli indiani stessi l’hanno tramandata, è sempre stata raccontata cioè tramite stereotipi e in modo da risultare patetica debole e triste. Mentre è la passione e la rabbia a fare la differenza.

Un tempo ci chiamavano indiani da marciapiede. Ci chiamavano indiani di città, superficiali, inautentici, rifugiati senza cultura, mele. Una mela è rossa fuori e bianca dentro. Invece siamo quello che hanno fatto i nostri antenati. Siamo il modo in cui sono sopravvissuti. Siamo i ricordi che non ricordiamo, che vivono in noi, che noi sentiamo, che ci fanno cantare e danzare e pregare a modo nostro, sentimenti provenienti da ricordi che divampano ed esplodono nelle nostre vite in modo inaspettato, come sangue che inzuppa una coperta da una ferita causata da un proiettile sparato da un uomo che ci ha colpiti alle spalle per i nostri capelli, per le nostre teste, per una taglia o semplicemente per sbarazzarsi di noi.

Una tradizione da rileggere in chiave moderna

La tradizione stessa è sempre stata anacronistica, quasi ridicolizzata, troppo ancorata al passato, mentre andrebbe riletta in una chiave moderna, ci si deve avvicinare alla tradizione mantenendo comunque una distanza sufficiente a essere riconoscibilmente nativi e moderni allo stesso tempo. Orange mette in evidenza come la comunità indiana si sia lasciata ingannare, come si sia abbandonata a ciò che il sistema ha voluto, attraverso il gioco d’azzardo, la droga e l’alcool. Soprattutto l’alcool. La ragnatela è una casa e una trappola dice a un certo punto una delle protagoniste: bere è la casa, bere è l’unico modo per colmare quel vuoto esistenziale, l’unico per non sentire dolore, ma è anche la trappola. Una trappola che per troppo tempo ha tenuto incatenato un popolo a un destino che ha da sempre considerato ineluttabile.

L’obiettivo di Orange è a mio avviso quello di dare uno scossone, di far capire che il processo di assimilazione è tutt’altro che concluso, ma che allo stesso tempo non basta l’adesivo su una macchina, un costume, una preghiera o una danza per sentirsi indiani. Occorre innanzitutto recuperare quel senso di nostalgia delle proprie origini sconosciute. È la stessa struttura narrativa del libro a consentire a Thomas Orange di far passare questo messaggio. Nella prima parte vengono infatti presentati diversi personaggi, ognuno con la propria esperienza, con la propria singolare umanità e sofferenza, personaggi che apparentemente non hanno nulla in comune ma che in realtà sono accomunati dal desiderio e dalla volontà di partecipare al powwow, il grande raduno che ogni anno richiama migliaia di nativi americani in California, in ricordo della nazione perduta. È una umanità variegata e ricca, precaria e interrotta e perennemente in lotta. Personaggi veri e assolutamente reali, che resistono nel tentativo di stare a galla. Rappresentano una coralità di singole voci ognuna con la propria esperienza di vita, ognuna con la propria tragica singolarità, che però insieme formano una memoria e una patria collettiva, dalle mille forme e dai mille colori ma ben definita e delineata. Sono personaggi che presi insieme rappresentano l’incolmabile desiderio di appartenenza di un popolo.

La scrittura di Thomas Orange è fine, acuta, tagliente, il messaggio arriva spesso in modo totalmente inaspettato sotto le vesti di un bambino o di un orsacchiotto peluche. E il messaggio arriva dritto in faccia. Così come arriva come un treno in corsa il finale, a ricordarci che la violenza rimane pur sempre il comune denominatore e la lingua universale di qualsiasi popolo americano. A rammentare in un modo o nell’altro che la sofferenza di questo popolo nativo americano viene da lontano, da un passato remoto. We hurt from the before, vale a dire noi soffriamo per ciò che è stato fatto ai nostri antenati, noi soffriamo per come ci siamo allontanati dai nostri antenati e dalle nostre origini, soffriamo per ogni traccia di colore bianco, per ogni macchia bianca che abbiamo dentro di noi. E non è certo un raduno fatto una volta all’anno che ci restituirà questo senso di appartenenza.

“Non qui non altrove” di Tommy Orange, edizioni Frassinelli. I libri di Marco. 

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