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“Le cose di prima” di Eduardo Savarese: recensione libro

Eduardo Savarese è una persona molto attiva nel sociale. Temi come l’omosessualità la disabilità è l’eutanasia sono spesso ricorrenti nelle sue opere. Come se non bastasse tutto questo, è anche bravo a scrivere romanzi. Le cose di prima è un romanzo di formazione che vede il protagonista Simeone, colpito da distrofia, barcamenarsi nella fase più acuta della malattia.

Laddove la fase più critica non è soltanto la percezione del dolore bensì l’accettazione di un futuro che evidentemente non ci sarà. La malattia avanza inesorabile, Eduardo Savarese riesce sempre a darne una descrizione efficace e vivida senza melodrammi, senza pietismo, Simeone ha il corpo che viene modellato dalla malattia, le sue mani sono dei rami secchi e fragili, i suoi sono ricordi di possibilità abbandonate a forza, la sua una vita ancorata ad unico terribile oggetto, la sedia, che qui diventa progressivamente un tutt’uno con il suo corpo, una prigione da cui è impossibile sfuggire, esattamente come l’ineluttabile destino.

Il significato della parola disabilità

Perché da quando è sulla sedia, la gente lo guarda in modo diverso, gli amici vanno a trovarlo sempre più di rado, le ragazze lo trattano con compassione, tutti i suoi spostamenti dipendono dalla disponibilità di qualcuno. Il tempo rallenta fino quasi a fermarsi. La parola disabilità è inaccettabile, è una bestemmia, una parola che non si può sentire e che crea imbarazzo sia a chi la pronuncia sia a chi la sente. Il percorso di crescita di Simeone è come un sistema solare costellato da buchi neri e corpi celestiali, in cui al centro di tutto c’è lui, il sole attorno a cui orbitano vari pianeti ovvero i diversi personaggi che Simeone incontra.

“L’assistente di turno l’aspettava sull’uscio. Aveva una faccia grigia. Elide non sopportava la commozione degli altri. La credeva fasulla oppure, quando la sentiva vera, se ne ingelosiva, come se il dolore per la distrofia di Simone dovesse essere soltanto suo.”

A partire dalla madre Elide, nevrotica e scontrosa, alla costante ricerca di qualcuno da incolpare per la condizione del figlio, che mal sopporta la commozione degli altri. Elide, per la quale il giorno dopo assume sempre un connotato particolare, quasi effimero, perché può essere presagio di angoscia se c’è un peggioramento, oppure foriero di inutile e passeggera speranza e buon umore. Pierotta, la ragazza della sua ex band, che a sorpresa piomba a casa sua la notte di natale, e che soffre di depressione, un connubio improbabile di due sconfitti dalla vita, due super gettati nella vita come direbbe Heidegger; quella stessa Pierotta totalmente inaffidabile ed imprevedibile, che quando si alza dal letto si sente sul bordo di una voragine in cui nulla serve a nulla e dove l’unico modo per fronteggiare il senso di vertigine è dedicarsi agli altri, ma che nel momento del dunque non riesce ad esserci mai per nessuno. Marta che coordina le attività del centro disabili. Lo zio Bruno, che è quasi un padre. Filippo Pittari, il professore di fisica che Simeone conosce in una chat di fisica quantistica e che rappresenta il raziocinio cinico e distaccato con cui spiegare gli eventi. Lea Hertzbusch, la soprana che fa di Simeone un uomo.

Infine il padre Thomas, che lo abbandona per seguire i suoi sogni nella terra siriana di origine, ma che Simeone non riesce ad odiare, anzi, ai suoi occhi è un uomo innocente destinato alla separazione, uno spirito libero da rispettare perché rappresenta tutto quello che lui non riuscirà mai ad essere. Quello che qui Savarese riesce a portare a segno è un colpo da maestro. Come un direttore d’orchestra, prende per mano il lettore e lo conduce in questo labirinto dei sensi, dove l’arte in tutte le sue forme diventa strumento per spiegare ciò che i nostri occhi non possono vedere e tanto meno capire.

                                                Eduardo Savarese

La struttura narrativa è quella di un dramma lirico diviso in atti, ogni personaggio assume le sue sembianze in un entanglement continuo di particelle connesse tra di loro anche a distanza. Ogni pianeta è una tappa di questo processo di crescita in cui Simeone passa dal rifiuto alla piena consapevolezza ed accettazione della malattia, in un pot-pourri di colori suoni arti visive e scienze che dapprima disorientano il lettore per poi portarlo a guardare e assimilare la malattia senza più distogliere lo sguardo: dal canto lirico alla filosofia mistica e alla religione come strumento per calmierare e trovare la pace interiore fino alla fisica quantistica per spiegare e accettare il corpo come forma di energia che si trasforma, come un processo dinamico che fa sentire Simeone meno fermo sulla sedia, meno schiavo. Dove l’unica forma di guarigione è far sembrare le cose di prima più piccole e lontane.

“Le cose di prima” di Eduardo Savarese, edizioni Minimum Fax

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