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“L’abbandonatrice” di Stefano Bonazzi: recensione libro

Difficilmente capita di avere tra le mani un libro dai contenuti così intensi e importanti da non riuscire a trovare le parole per parlarne. Sono veramente tante le cose da dire perché tanta è la carne sul fuoco, tanti gli argomenti e i temi trattati ne L’abbandonatrice di Stefano Bonazzi.

Eppure vengo da una serie di libri molto significativi, come Le avventure di Washington Black, libro la cui traduzione aspettavo da tempo. Oppure Almarina e La figlia sbagliata, libri di autrici italiane dai contenuti molto forti. Ma è L’abbandonatrice ad aver lasciato un segno indelebile

Il disagio colorato di blu

Quello di Stefano Bonazzi è un libro sul disagio, che qui viene raffigurato in diverse tinte: il disagio esistenziale, il disagio nello stare in mezzo ad altre persone, il disagio nel non sentirsi all’altezza, il disagio che si prova nel non essere accettati per la propria diversità. Il disagio che tra tutte le tinte sceglie il blu, il colore della paura che a sua volta si trasforma in panico, quello che prova Davide nelle sue crisi.

Sofia rimase in silenzio. Era brava a fingere discrezione anche quando la curiosità la divorava. Era sempre stata attratta dal dolore, perché il dolore era parte di lei. Le persone come noi si riconoscono, si fiutano e poi si legano. Per un po’ parlammo d’altro. Poi si alzò in piedi, si voltò verso di me con un lieve ghigno che le inarcava le sottili labbra perfette e mi disse: «Ti va di urlare?»

Nell’Abbandonatrice i personaggi importanti sono tre ma il vero protagonista è appunto Davide, che nei suoi anni universitari a Bologna conosce Oscar e Sofia: il primo diventerà l’uomo della sua vita mentre con Sofia si è instaurerà un rapporto molto particolare e dai confini molto labili. Sofia rappresenta per Davide una sorta di ancora di salvezza, l’unica persona con cui si sente realmente compreso, l’unica in grado di gestire e in qualche modo lenire le sue crisi di panico sempre più frequenti. Sofia è una creatura ambigua e molto cinica ma anche molto fragile, un personaggio
che rappresenta una sorta di reduce di guerra familiare che ha assistito impotente al collasso e al crollo disastroso della sua famiglia e in particolare di sua madre. Tra Davide e Sofia si instaura un rapporto molto strano dove c’è una forte attrazione che però non può culminare in una relazione amorosa data l’omosessualità di Davide.

Sofia a un certo punto sparisce e va a vivere a Londra, piano piano i due smettono di sentirsi. Oscar dal canto suo sembra avere un carattere più forte ed è colui che riesce a mascherare meglio il proprio disagio perché troppo preso dal mondo della musica e dalla sua presunta carriera di pianista. Ben presto però il tutto si rivelerà un castello di carta pronto a sgretolarsi: anche Oscar fa la conoscenza di Sofia e si instaura tra i tre inizialmente un menage a trois che culmina rapidamente in un vortice di disperazione, gelosie e recriminazioni.

La struttura narrativa di questo libro è piuttosto originale perché vede Davide narrare in prima persona, strutturando però il racconto come se l’autore si stesse rivolgendo e stesse dedicando tutto ciò che scrive a Oscar. Tra un capitolo e l’altro ci sono degli intermezzi molto brevi e particolari dei diversi personaggi, intermezzi che sono significativi e molto densi di emozioni. Come dicevo all’inizio, i temi trattati in questo libro sono davvero molteplici: si parla di suicidio, di abbandono, si parla di malattie mentali, di pazzia, di fragilità, si parla di arte come unico modo per esternare la propria disperazione ma anche come fonte di ulteriore sofferenza arte per chi è in grado di sentire, si parla di tossicodipendenza e di omosessualità. Questi ultimi due temi in particolare sono trattati in maniera egregia.

In alcune recensioni che ho letto su questo libro, si criticava proprio l’approccio che l’autore ha verso l’omosessualità. Io invece questo approccio l’ho molto apprezzato. A differenza di tanti altri libri, l’omosessualità non viene sbattuta in faccia, al centro dell’attenzione non ci sono due persone dello stesso sesso bensì c’è il fatto che due persone hanno un rapporto e quindi le tematiche e le problematiche sono quelle di coppia. Questo non significa che il tema perda di significato o che venga banalizzato ma semplicemente viene tradotto in quello che è la quotidianità di un rapporto di coppia. L’aspetto che però ritengo più importante di questo romanzo è l’abilità che l’autore ha nel rendere visibili le emozioni e gli stati d’animo.

                                                         Stefano Bonazzi

Stefano Bonazzi ha una scrittura che è molto figurativa e ha un modo di accostare le immagini che è davvero efficace soprattutto quando vuole descrivere ciò che i suoi personaggi provano. Stefano ha una capacità incredibile di racchiudere un universo intero di sensazioni ed emozioni in una frase sola, con una semplice pennellata è in grado di ricreare delle immagini che sono destinate a restare impresse nella mente del lettore. Ci sono dei passaggi di questo libro estremamente evocativi che hanno toccato delle corde nel profondo in maniera davvero intensa e commovente. Estremamente vivida e realistica è l’immagine della tossicodipendenza di Oscar, atroce ma incredibilmente potente il passaggio in cui si parla del dissesto della famiglia di Sofia, toccante e davvero emozionante la parte in cui il figlio di Sofia (Diamante) impara a conoscere l’arte della madre.

L’abbandonatrice è un libro sulla fragilità di chi è troppo sensibile, di chi non è mai in pace con sé stesso, è un libro sul disperato desiderio di normalità, sulla incapacità di esprimere il proprio dolore. Ma è soprattutto un libro sull’amore: amore nel saper affrontare le proprie scelte e i propri errori, amore nel riuscire a prenderci cura di qualcuno anche quando ci sentiamo persi e non in grado di occuparci di noi stessi.

“L’abbandonatrice” di Stefano Bonazzi, edizioni Fernandel Editore. I libri di Marco.

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