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“Febbre” di Jonathan Bazzi, Fandango Libri: recensione libro

“Ho l’HIV e per proteggermi vi racconterò tutto”. È il 1° dicembre 2016, World Aids Day, e online appare questo articolo di Jonathan Bazzi, che in breve tempo farà il giro di tutti i social. Una confessione letteraria, un incipit molto intimo e personale ma allo stesso tempo appassionante, un modo nuovo e sfrontato di affrontare la malattia. Uno di quei rari casi in cui i social media premiano qualcosa di veramente notevole e meritevole. Con Febbre siamo al culmine di un percorso creativo che vede un uso artistico del proprio dolore. Il dolore è un qualcosa di ineffabile, a tratti indicibile, che lascia sordi e muti, difficilmente descrivibile, che non conosce alcun conforto di sorta.

Caratteristica essenziale di questo dolore intenso è il senso di solitudine, una solitudine insormontabile, come una valanga che ti seppellisce, un senso di sconforto tale da farti sentire totalmente sconnesso dal mondo, non solo ti mancano le parole per esprimerti ma vivi nella consapevolezza che nessuno può capirti, perché è come se parlassi una lingua che non parla nessuno.

Trasformare con la scrittura il dolore in luce

La straordinaria bravura di Bazzi è quella di saper trasformare, attraverso la scrittura e quindi l’arte, quel dolore in luce, una luce in grado di dare voce e visibilità a quelli che egli stesso definisce bambini invisibili. Ovvero tutti coloro che si nascondono nell’ombra, che non parlano, che non si fanno vedere per paura, perché l’HIV ancora oggi per molti è un’onta, una macchia indelebile, un tatuaggio della vergogna

Lui è piuttosto bravo a far sprofondare i problemi dove non si vedono più, li affossa nella mente e li affronta solo quando è inevitabile. Anche se a volte poi c’è il rischio che sia troppo tardi. Riaffiorano ingigantiti. Io invece sono schiavo dell’ansia: ho sempre bisogno di sapere, di predisporre una serie di soluzioni, devo risolvere tutto.

Febbre di Jonathan Bazzi è un romanzo sulla emarginazione e sulla diversità, lo si intuisce sin dalle prime righe: Jonathan cresce a Rozzano, all’estrema periferia sud di Milano, il bronx del nord dove tanta gente ha origini meridionali, il paese dei tossici e degli operai, dei delinquenti e dei casi sociali, dove il destino è segnato, dove non c’è spazio per chi vuole studiare. Jonathan è figlio di genitori ragazzini che presto si separano, passa la maggior parte del tempo coi nonni, l’affetto dei suoi è una chimera, una emanazione della sua solitudine, alla scuola materna Jonathan è il bambino che fa due lavoretti invece di uno solo come tutti gli altri. Il padre è una promessa non mantenuta, la madre colei che non gli fa mancare nulla quando in realtà gli manca tutto, il suo amore e la sua presenza. Jonathan è il ragazzino che ama lo studio e che cerca il riscatto, che si vuole affrancare da quella che è la vita a cui gli abitanti di Rozzano sono predestinati.

Mamma e papà, ormai le nostre vite si incrociano solo nei giorni festivi o per decreto del giudice. Più che vedervi vi immagino.
L’amore dei miei è un postulato, un’emanazione della mia solitudine.
Mamma, papà: l’unica volta che vi rivedo insieme è quando lo zio Mario, il fratello della nonna Nuccia, mi fa cadere di faccia sul pavimento cercando di farmi fare il giro della morte. Mi afferra per le mani e mi fa girare su me stesso: perde la presa, sbatto il naso contro le piastrelle marroni.
Gesù quanto sangue, un’emorragia.
Mi portano in bagno, mi mettono la faccia sotto il getto di acqua fredda della vasca. Pensano che il naso me lo sia rotto e per questo andiamo insieme – io, la mamma e il papà – all’ospedale in centro a Milano, dove il dottore mi infila una specie di pinza, su su – dietro alla fronte? Arriva al cervello? – per poi dire: tutto ok, il setto non sembra fratturato. Usciti dall’ ambulatorio andiamo a fare colazione al bar, è un giorno speciale – di festa? Spero che vi mettiate insieme, lì, in quel momento, dopo la colazione in XXIV maggio. Mamma e papà, l’amore è tornato.
Invece torniamo a casa divisi.
Io con la mamma, papà per i fatti suoi.
Non cambia niente.
Alla scuola materna continuo a fare due lavoretti, invece di uno solo come tutti gli altri.
Maestra, perché lui ne fa due?

                                                        Jonathan Bazzi

È il bambino che odia il calcio ma ama giocare con le bambole e i trucchi, il ragazzo che non sa menare ma che adora le eroine dei cartoni animati, che vuole i capelli colorati e i pantaloni scozzesi azzurri e le magliette corte che lasciano la pancia scoperta anche se sono da gay. Il suo essere balbuziente, colto, emotivo, omosessuale incarna tutto ciò lo rende diverso e sbagliato agli occhi degli altri, ma che in realtà rappresenta un qualcosa in più rispetto al resto delle persone. Quel qualcosa in più che attraverso la parola scritta diventerà il suo riscatto, la sua rivalsa. Nel suo libro Jonathan Bazzi non fa giri di parole, non ti sbatte in faccia la sua malattia ma non ci gira nemmeno attorno. Lo stile è asciutto, secco e preciso in un susseguirsi di frasi brevi che tengono alta la tensione e l’attenzione del lettore, il quale si sente emotivamente coinvolto. La struttura narrativa prevede un tandem da un capitolo all’altro tra il passato di Rozzano in cui cresce Bazzi e il presente di una malattia ingombrante. Presente fatto di incertezze, paure, diagnosi, cartelle mediche. Ma non solo. Un presente in cui la malattia è una colpa, una conferma del fatto di essere gay e di avere fatto sesso in modo promiscuo, peccaminoso, contro natura, che ora ti punisce. Un presente che è la presa di coscienza di essere sieropositivo, di doversi curare per sempre, di essere vulnerabile, impuro, infettato.

È accettare un qualcosa che non dovrebbe esserci, che sarebbe da eliminare ma non si può, è imparare a convivere con la sensazione di essere in qualche modo fallato e guasto. Ma è anche la voglia di non arrendersi, di non darsi per vinti, di non piegarsi, nemmeno di fronte al pregiudizio più gretto. Jonathan Bazzi come un abile chirurgo riesce a insinuare e a instillare nel lettore quella parola. Febbre. Una parola che ritorna più e più volte, come un tarlo, come un picchio col suo tronco. La febbre come sintomo e segnale di una malattia, la febbre che progressivamente debilita il corpo, ne prende possesso, lo sfianca a tal punto da renderlo totalmente incapace di reagire a qualsiasi tipo di stimolazione. La febbre che riduce il corpo e la mente a una larva. La febbre come malessere esistenziale dunque, ma anche come voglia di fare, il bisogno e la necessità di reagire, di colmare il vuoto, la smania di agire e di riempire la giornata con cose da fare. La febbre di cui parla il libro insomma non è solo quella causata dalla malattia, bensì e soprattutto la febbre di vivere.

“Febbre”, di Jonathan Bazzi, edizioni Fandango Libri. I libri di Marco.

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