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“Dopo il diluvio” di Leonardo Malaguti: recensione libro

Quando ho cominciato a leggere Dopo il diluvio ero molto scettico, perché il surreale non è esattamente il genere che prediligo. Ho sempre avuto una sorta di avversione nei confronti dei libri onirici o che comunque non fossero attinenti alla realtà, avversione che poi è diventata pregiudizio.

Leggendo il libro di Leonardo Malaguti ho invece imparato che il surreale può essere un modo per comprendere meglio il reale, il surreale diventa uno strumento capace di spiegare la realtà e di avvalorarla. Con una proprietà di linguaggio degna di uno scrittore veterano, Malaguti attinge dal grottesco per descrivere situazioni al limite dell’estremo, la sua è una scrittura bella e raffinata in grado di impattare in modo forte il lettore attraverso un linguaggio figurativo che colpisce appunto con delle immagini molto forti ma che allo stesso tempo tiene incollato il lettore alla pagina quasi fosse alla stregua di un giallo molto avvincente.

Ben venga il disordine

Siamo nel cuore dell’Europa in un non ben definito periodo storico, un luogo quasi senza tempo, da qualche parte nella Mitteleuropa di inizio ‘900, in un’ambientazione rurale e antiquata, isolata e ben lontana dalla modernità, quando il villaggio viene colpito da un fortissimo diluvio che ne provoca l’inondazione, mietendo vittime e portando carestie e fame. Ben presto affiora quanto sia abietta l’umanità che vi abita, ad avere il sopravvento sono le gelosie personali ma soprattutto un crescendo di tensioni e di kaos che porterà inesorabilmente a una feroce caccia alle streghe dove a predominare sarà appunto il disordine.

Nessuno sa mai nulla. Per questo ci vuole qualcuno che racconti le storie, che trasformi il pettegolezzo in cronaca e la cronaca in letteratura, altrimenti la gente non ricorda, non conosce, non crede. I fatti sono sempre noiosi o troppo dolorosi da sostenere, per quello si tace, si ignora, si bisbiglia, sta dunque al poeta entrare in gioco – è una lotta farsi ascoltare.

La cosa incredibile di questo libro è il fatto che l’ambientazione sembra surreale ma invero non lo è: persino l’utilizzo di nomi stranieri più vicini alla cultura anglosassone o germanica è fatta ad hoc perché in realtà i riferimenti al contesto e alla realtà attuale sono innumerevoli. Il richiamo a chi cavalca le paure per meri scopi elettorali e di potere è evidente, nonostante l’autore non esprima mai un giudizio, anzi, usi il tipico tono distaccato del narratore. Coloro che invece portano questo grottesco testimone e lo consegnano nelle mani del presente sono gli incredibili personaggi di questo libro. Quasi come se ognuno di loro rappresentasse un vizio capitale o comunque uno dei tanti mali che affliggono l’odierna società. A cominciare dai collaboratori del sindaco e il consiglio comunale che alla bene e meglio si lavano le mani di tutta quanta la situazione e cerchino subito un capro espiatorio che gli permetta di scaricare le proprie coscienze e di non assumersi alcuna responsabilità di fronte alla catastrofe e al precipitare della situazione: tipico atteggiamento del mondo politico nostrano.

Berta e Madame Gebick sono due dei miei personaggi preferiti di questo libro, due donne molto carismatiche, molto forti, due vere guerriere che però sono destinate a rimanere delle eroine incomprese, incapaci come sono di cambiare o persino comprendere la piega degli eventi. Ci sono poi Il generale Krauss, colui che più di tutti incarna il populismo ma forse il personaggio più crudelmente lucido, oppure lo stesso ispettore Van Loot, che del compromesso ha scelto di farne uno stile di vita. Ciò che colpisce maggiormente di questi personaggi carismatici è come la linea di demarcazione tra il bene e il male in ciascuno di essi sia molto labile: il che da un lato serve a rimarcare il loro aspetto surreale e grottesco, ma dall’altro sottolinea la loro umanità, il loro essere uomini e donne.

Quello che succede nel villaggio non è altro che una parafrasi di quanto sta avvenendo ai giorni nostri, di quanto sia facile cavalcare la protesta e fomentare l’odio, di come di fronte alle difficoltà economiche e al degrado sociale la risposta sia sempre la paura e il terrore verso un presunto invasore senza nemmeno accorgersi che i reali fautori di tale regresso e della disgregazione socio-culturale sono proprio coloro che puntano il dito contro lo straniero e il diverso.

                                                 Leonardo Malaguti

Leonardo Malaguti ha scritto un libro assolutamente attuale e potente, in cui modernità e medioevo affluiscono come due corsi d’acqua in un’unica pozza melmosa e putrida. Dove il vizio e la cattiveria ma anche la scomodità diventano un’abitudine. Dopo il diluvio viene spesso accostato a un quadro di Bosch in cui Malaguti con la sua scrittura dalla potente forza espressiva non solo riesce a raffigurare tutta una serie di personaggi a metà tra farsa e tragedia che tengono compagnia al lettore, ma riesce altresì senza moralismi a fare una feroce critica al nostro tempo e alla nostra Europa in particolare e alla tendenza che abbiamo nel crearci un nemico inesistente o tutt’al più debole e innocuo.

“Dopo il diluvio” di Leonardo Malaguti, edizioni ExOrma

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