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“American dust” di Richard Brautigan: recensione libro

Èincredibile come a volte dei piccoli libricini possano diventare dei classici della letteratura. Il giovane Holden, Il Grande Gatsby e appunto American Dust.

Richard Brautigan è stato considerato, a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, un simbolo del movimento hippie più sfrenato e libertino incarnando così il mito dello scrittore alcolizzato. La sua è sempre stata una scrittura ricca di metafore e accostamenti strampalati che, attraverso l’utilizzo della satira, metteva in risalto il contrasto tra il progresso tecnologico e capitalistico e la vita pastorale tipicamente americana.

Black humor e malinconia

American Dust dal canto suo è stato scritto nel 1982, ovvero due anni prima che l’autore si togliesse la vita, ed è un libro che si discosta alquanto da questo mito. Più che una black comedy siamo di fronte a uno stile scanzonato con un umore triste e malinconico. La voce narrante è quella del protagonista che, a distanza di trent’anni, ripercorre la propria adolescenza. Un’adolescenza vissuta negli anni Quaranta dell’immediato secondo dopoguerra, e caratterizzata da un rapporto inaffettivo con la madre ma soprattutto da un terribile episodio che segnerà per sempre la sua esistenza.

Quel pomeriggio non sapevo che la terra aspettava di ridiventare una tomba nel giro di qualche giorno appena. Peccato non poter afferrare il proiettile in corsa e rispingerlo dentro la canna del fucile calibro .22 perché si riavviti nel caricatore e di lì dentro al bossolo, come se non fosse mai stato sparato o nemmeno mai caricato. Vorrei che il proiettile fosse ancora nella sua scatola con gli altri 49 fratelli e sorelle e che la scatola fosse ancora al sicuro sugli scaffali dell’armeria e che quel piovoso pomeriggio di febbraio fossi passato davanti a quel negozio senza entrarci. Vorrei che invece di proiettili mi fosse venuta voglia di un hamburger. C’era un ristorante proprio di fianco all’armeria. Facevano degli ottimi hamburger, ma non avevo fame.
Per il resto della mia vita ripenserò a quell’hamburger.

Apro qui una piccola nota polemica perché sarebbe ora che gli editori prestassero un pochino più di attenzione a questo aspetto: quarta di copertina e sinossi non devono in alcun modo spoilerare la trama di un libro. In questo caso la voce narrante fa costantemente ma misteriosamente riferimento a un incidente, di cui svela i particolari solo nel finale, ma al lettore viene assolutamente negato il pathos e l’atmosfera che questa rivelazione comporta. Come dicevo, il protagonista è un ragazzo molto introverso e solitario che ha una vita familiare difficile e che trova rifugio nell’ozio e in varie attività contemplative come pescare e osservare ed ascoltare gli altri, in particolar modo i vecchi.
I vari personaggi che incrocia sono delle ombre appena appena tratteggiate e accennate, dei reietti che si muovono in un contesto dove la decadenza e la crisi sono il comune denominatore.

Il titolo stesso del libro richiama la polvere americana, con un rimando alle grandi tempeste di sabbia che colpirono l’America negli anni 30 in piena Grande Depressione, costringendo migliaia e migliaia di persone a lasciare la propria terra ormai inaridita non più coltivabile per tentare la fortuna altrove, soprattutto in California. Forte è infatti il senso di precarietà, al limite della miseria, che pervade un po’ tutto il libro. La polvere americana però non ha solo un significato negativo, rappresenta altresì tutto ciò che c’è e che c’è stato ma che presto verrà spazzato via dal progresso e dal benessere. Non a caso nel libro ricorre spesso un incipit che richiama esattamente questo concetto del vento che si porta via la polvere. Polvere che se vogliamo rappresenta un candore e un’innocenza americana, e che verrà fatta volar via non tanto dalle tempeste o dalla crisi ma dal sogno americano e dal modello consumistico, dove i prodotti della terra verranno sostituiti dal cibo preconfezionato e dove la TV prenderà il posto dell’immaginazione del singolo, dove l’antenna televisiva assumerà le sembianze di una pietra tombale. Quella appunto del pensiero.

                                          Richard Brautigan 1968

Significativa e molto simbolica in questo senso è la presenza di due figure che compaiono già nelle prime pagine del libro: una coppia di obesi che ogni giorno si spostano lungo le sponde del lago e si trascinano dietro i loro mobili per poter ricreare, ogni volta che si fermano a pescare, la propria casa. La cucina e il salotto ricreati in riva al lago diventano così un simbolo in netto contrasto con la desolazione, sono mobili vecchi che hanno forse un senso di precarietà ma che preservano quel senso di genuinità e solidarietà che ben presto cederà il passo al caos del progresso. Non è un caso infatti che la narrazione avvenga 30 anni dopo, con un linguaggio tutt’altro che raffinato, come se appartenesse ad un adulto che in realtà non è mai cresciuto ed è rimasto ancorato a quell’epoca.

American Dust è un libro fatto di dicotomie e accostamenti improbabili, dove imperversa una commovente comica tristezza, accompagnata da un’aura di irrimediabilità e perdita. Ma dove soprattutto trapela l’esigenza e l’urgenza di dover di raccontare di un mondo che non c’è più, prima che il vento si porti via tutto.

“American dust” di Richard Brautigan, edizioni Minimum Fax

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