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“Addio fantasmi” di Nadia Terranova: recensione libro

Nadia Terranova è una scrittrice molto abile nell’usare e dosare le parole. Come un abile pittore, riesce con poche pennellate a raffigurare e dipingere un quadro pieno di colori e di significato.
Nadia Terranova inoltre è una profonda conoscitrice delle relazioni umane. Abilità questa che si era già riscontrata negli Anni al contrario, e che in Addio fantasmi prende decisamente il sopravvento. Il suo secondo romanzo è infatti un libro che ricorda quei meravigliosi dolci fatti a strati. 

Ogni strato una delizia, una leccornia, una scoperta. In ognuno di questi strati la scrittrice mette al centro le varie relazioni che la protagonista ha con alcuni personaggi chiave come ad esempio la madre l’amica dell’infanzia un operaio che ripara il tetto o il marito. Ad aleggiare su tutti è la figura del padre della protagonista, il fantasma, colui che fa pesare la sua presenza attraverso la sua assenza. Colui che impedisce a questi strati di avere sapore e consistenza.

Perdere qualcuno equivale a perdersi

Protagonista della storia è Ida, una donna di 36 anni che torna a Messina dopo svariati anni, per dare una mano alla madre che deve sgomberare la casa. Casa in cui ha vissuto la propria infanzia e adolescenza e da cui il padre, dopo una lunga depressione, scompare una mattina di 23 anni prima.

“…non le riconoscevo l’istinto delle madre, eravamo due alberi piantati in tempi diversi, e a lei era toccato crescere prima, questo non la rendeva un genitore, come essere nata dopo non faceva di me una figlia, anzi: più crescevamo più eravamo piante a cui toccava dividere lo stesso terreno, la piccola per osservare la grande doveva sollevarsi un poco e torcersi, esporre rami e foglie al rischio della pioggia o del sole”

Addio fantasmi è un libro sulla perdita, su quanto certe perdite condizionino tutte le scelte o meglio le non scelte future, e su come il proprio dolore renda ciechi e inermi di fronte al dolore altrui.
Il tema centrale è naturalmente l’assenza del padre e come questo abbia condizionato l’intera esistenza di Ida. Come ad esempio quando si trasferisce a Roma e sposa Pietro, dove emerge la netta separazione tra passato e presente, tra famiglia d’origine e la famiglia attuale.

Già dalle prime pagine Nadia dimostra di essere una ottima conoscitrice delle dinamiche di coppia, Ida parla del marito come di un amore stanco al centro di una vita sentimentale che in realtà non è mai all’altezza ma che più che altro è lì per mettere una pezza e colmare un vuoto, quello dato dall’assenza del padre. Il rapporto col marito è un rapporto che inizialmente è scandito da un desiderio sessuale molto forte, una fame che corrisponde più a un bisogno estremo di nutrirsi più che a una passione. Tanto è vero che una volta esaurito questo impeto iniziale, il rapporto va via via svilendosi. Anche se quella di Pietro rimane una figura centrale, perché rappresenta un punto di riferimento costante per la stessa Ida. La sua è una vita fatta di augenblick, ovvero di istanti irregolari e di eventi che le scorrono davanti, di fatto Ida è una donna che si lascia vivere perché prigioniera del proprio passato. Tanto che quando è in Sicilia, Ida sente sì la mancanza del marito, ma lo tiene distante, così come tiene a distanza tutti gli affetti proprio perché è abituata alle assenze: per lei è molto più facile amare una persona assente che non una presente, e forse l’assenza è il modo in cui lei più riesce ad apprezzare la figura di Pietro la sicurezza che da lui riceve.

Appena Ida mette piede nella sua vecchia casa, è come tornare sul luogo del delitto. Tutto è fermo alle 6:16 di quella mattina in cui il padre scompare, è come se la sua vita si fosse fermata a quell’ora: Ida è una donna che mantiene molto vividi i ricordi di quel periodo e quando parla con altri personaggi questa cosa emerge in modo molto chiaro. Per la madre o l’amica Sara la vita va avanti, i ricordi si accumulano e quelli più vivi sono i più recenti. Per Ida invece non è così, lei è totalmente ostaggio del suo passato. E questo crea un contrasto quasi incolmabile con sua madre, la figura sicuramente più conflittuale di questa storia. Ida prova un sincero e forte senso di colpa per la scomparsa del padre, ma addossa molte delle responsabilità alla madre perché è come se avesse fatto finta di nulla e non avesse mantenuto vivo il ricordo. Il loro è un passato nel quale il padre non veniva pronunciato, il lutto non poteva essere elaborato, i rapporti con gli altri erano sempre cordiali e garbati per evitare qualsiasi tipo di scontro e di conflitto, perché troppo prese a nascondere il proprio dolore.

Tra Ida e la madre c’è sempre stato un rapporto fatto di litigi che esplodevano improvvisamente, di urla, il loro unico dialogo era fatto di lividi insulti disperati e violenti, una gara a dirsi le peggiori cose, incontri di boxe fatti di parole oltraggiose, ingiurie, pugni e calci al muro, rabbia repressa in cui l’unica forma di intimità era lo sbranarsi a vicenda. A fare da contrappasso sono i vicini evangelici i quali non litigavano mai, il muro che divideva le due case restituiva loro solo canti e lodi religiosi, quasi a ricordare che l’infelicità non era una regola di tutti ma solo la loro eccezione. Il gesto riappacificatore tra le due avviene fare quando riescono a liberarsi degli oggetti inutili, dove il gesto di buttarli via diventa un modo di buttarsi e gettarsi alle spalle un pezzo di passato. Il loro goffo riavvicinamento avviene attraverso un rito di passaggio, che serve ad esorcizzare il passato. Madre e figlia si punzecchiano per non litigare e il provocarsi a vicenda è un modo per trovare la pace, è una sorta di accordo di pace.

Altra figura di rilievo di questa storia è l’amica d’infanzia Sara, che Ida tenta di ricontattare dopo tutti questi anni. Sara però si sottrae. Qui non c’è una riconciliazione bensì una presa di coscienza. Ida attraverso Sara capisce di essere sempre stata concentrata sulla propria ferita, una ferita che è diventata più grande di lei, una forma di schiavitù e una sofferenza mai esternata o domata ma sempre presente nel loro rapporto.

Nadia Terranova

L’allontanamento a quel punto non è più solo una difesa ma il perimetro su cui edificare la propria crescita, un modo per Sara di ricrearsi uno spazio vitale non più in grado di accoglierla a distanza di anni. Ida, come dicevo, è una donna ancorata al passato, che non ha potuto elaborare il proprio lutto, che non ha potuto accarezzare e piangere la bara del padre. Ida non ha saputo riparare il danno e quindi si è abituata ad abitare quel danno. A Ida manca la gestualità del lutto, essa dissimula il dolore e tutto ciò che le accade a tal punto da convincersi che se succede al corpo non è successo davvero, non vale. È talmente catartico questo dolore che il lettore prova quasi fastidio nei confronti di questo personaggio, viene quasi istintivo scuoterla e urlarle in faccia che la vita va avanti comunque, che lei non è l’unica a soffrire, e che sua madre ha fatto il possibile, ha fatto quello che poteva e ha portato avanti la baracca, che la vita non può essere tutta racchiusa in una piccola scatola rossa.

“Il desiderio non è fatto per essere rattoppato, se stroncato poi non si riprende secondo le regole della buona creanza e dell’ora giusta.
Era così che vivevamo, ogni giorno più affaticati: sulla soglia di un desiderio inafferrabile è perduto.”

Il punto di forza di questo romanzo è sicuramente il linguaggio evocativo di Nadia Terranova. I vari capitoli sono inframmezzati da piccoli trafiletti sui sogni che Ida fa di notte e che fanno da Intermezzo ai diversi giorni che lei passa a casa della mamma. Questa struttura narrativa rende bene l’idea di una donna che vive a metà e in sospeso, quasi che fosse più impegnata a sognare che a vivere. La scrittura figurativa rende molto bene, dal vissuto quotidiano la scrittrice riesce a evocare delle immagini che riescono a rappresentare in modo molto efficace i diversi stati d’animo. Ad esempio l’acqua è un elemento assolutamente ricorrente. È un elemento rappresentativo del padre, l’unico attraverso cui entrare in contatto con lui o parlare di lui o vederlo.

L’acqua è l’elemento con cui inizia questo romanzo, Ida si sveglia da un incubo in cui si vede affogare, ma presto il sogno diventa l’immagine e il simbolo del naufragio della passione. L’acqua è il letto dove il matrimonio con Pietro annega nella mancanza di desiderio. L’acqua però è anche l’elemento di Messina, il blu del mare dello stretto, l’azzurro del cielo , l’acqua richiama a sé il padre, l’acqua è l’elemento con cui poter fare pace col proprio passato. Una delle immagini che più mi ha colpito e toccato di questo libro, è quella di Ida in un parco giochi assieme a una bambina sconosciuta, dove improvvisamente le bambine diventano due, una di 36 e una di 7 che insieme fanno il gioco della Campana, saltando su un piede attente a non uscire dal tracciato e libere di ridere di vincere e di perdere. Immagine molto bella ed evocativa, attraverso la quale l’autrice in un certo senso vuole darci una segnale di speranza, affinché la perdita diventi anche aspirazione a superarla.

“Addio fantasmi” di Nadia Terranova, edizioni Einaudi. I libri di Marco.

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