“Stoner. A novel” di John Williams: recensione libro

Arrivato all’università per acquisire conoscenze sulle innovazioni in ambito agrario, il giovane William Stoner viene improvvisamente folgorato dall’interesse per la letteratura. Decide allora di cambiare strada: farà della letteratura inglese la sua vita e dell’università la sua nuova casa, non più un semplice luogo di passaggio.

Scopriamo questo caso editoriale favorito dalle traduzioni in Europa.

A novel

“Stoner” racconta la storia di un giovane americano di inizio Novecento, figlio di gente semplice e dedita ai campi. Privo di ambizioni, William sa che il suo destino è seguire le orme del padre nei campi e non vi si oppone. Ma è il padre a guardare più in grande: informato del fatto che all’università del Missouri hanno istituito un corso di agraria, decide che il figlio ha la testa e i mezzi per frequentarlo e che quindi lo farà, convinto che l’istruzione potrà solo essergli utile. Così William si trasferisce a Columbia (Missouri) ricambiando con del lavoro in fattoria il vitto e alloggio offertogli dai parenti da cui è ospitato. È il 1910.

“It was not until he returned for his second year that William Stoner learned why he had come to college.”

Sarà una lezione di letteratura inglese del severo Archer Sloane a scombinargli i piani; dal momento in cui il professore interroga con veemenza la classe muta, e lui in particolare, sul significato di un sonetto. Sloane non vuole sentire la meccanica definizione di cosa sia un sonetto, vuole sentire cosa è arrivato ai lettori dalle parole ancora sonanti di un poeta la cui fama perdura nei secoli.

Da quella lezione Stoner resta folgorato. Decide di intraprendere sempre più corsi di letteratura e sempre meno lezioni di scienze e agricoltura, finché non arriva a cambiare il suo indirizzo di laurea: quello che ottiene non è il Bachelor of Science degree in the College of Agricolture ma il Bachelor of Arts degree.

“When he was much older, he was to look back upon his last two undergraduate years as if theywere an unreal time that belonged to someone else, a time that passed, not in the regular flow to which he was used, but in fits and starts. […]

He became conscious of himself in a way that he had not done before.”

Questo sembra creare una maggiore distanza, non solo fisica, tra lui e i suoi genitori. Il giorno della sua cerimonia di laurea, Stoner li informa che resterà all’università come insegnante.

“So Stoner began where he had started, a tall, thin, stooped man in the same room in which he had sat as a tall, thin, stooped boy listening to the words that had led him to where he had come. He never went into that room that he did not glance at the seat he had once occupied, and he was always slightly surprised to discover that he was not there.”

Dopo un primo periodo di rodaggio nel quale, come ogni insegnante appassionato, si interroga su come trasmettere non solo le nozioni ma anche la propria passione agli studenti, consapevole del divario tra quello che prova e quello che esprime, Stoner trova la propria strada come insegnante. L’esperienza gli piace e lo stimola.

Finché uno screzio tra colleghi non lo ostacolerà professionalmente, facendolo retrocedere ai livelli di un neolaureato e non di un professore esperto. A mitigare (ma non risolvere) la situazione c’è il suo miglior amico del college, anche lui rimasto all’interno dell’università.

In famiglia il clima non è molto migliore: la moglie Edith è sempre distante e passivo aggressiva con lui, che per non litigare le concede qualsiasi cosa lei chieda, desiderando renderla felice. Anche Stoner è insoddisfatto dalla mancanza di affetto che trova in casa, e riversa tutto il suo amore sulla figlia appena nata. Crea con lei un dolce legame, che viene incrinato quando Edith decide di occuparsi dell’educazione della bambina a modo suo. Finirà così per allontanarla emotivamente, sotto gli occhi di un padre troppo remissivo per intromettersi attivamente.

Quello che si dice un page turner

Quasi mezzo secolo di vita raccontato con semplicità e un pizzico di ironia. Il lettore empatizza facilmente con quest’uomo dalla vita tranquilla e dalle umili aspirazioni, che si accontenta di poco e che realizza la felicità a piccoli passi. Si percepisce la verità insita in queste pagine e forse è anche questo, forse è anche la consapevolezza che si tratti della storia e dei pensieri non solo di William, che lo definirei un page turner all’inglese, ovvero un romanzo talmente coinvolgente che ti tiene legato a sé fino all’ultima pagina. Non solo per la storia in sé, ma soprattutto per il modo in cui viene presentata, tanto semplice da sembrare poetico.

“Having come to his studies late, he felt the urgency of study. Sometimes, immersed in his books, there would come him the awareness of all that he did not know, of all that he had not read; and the serenity for which he labored was shattered as he realized the little time he had in life to read so much, to learn what he had to know.”

Un caso editoriale nel nuovo millennio

copertina Stoner Mondadori 2020

Quando era stato pubblicato, nel 1965, non aveva ricevuto la grande popolarità che ha invece scaturito la nuova pubblicazione nel 2012 in Europa, che ne ha fatto un caso editoriale europeo.

Ora “Stoner” rientra tra i miei libri preferiti e lo consiglio senza esitazione. Io l’ho letto in inglese, ma sono sicura che la traduzione italiana (pubblicata per la prima volta nel 2012 da Fazi Editore e più recentemente nel 2020 da Mondadori) trasmetterà le stesse emozioni.

La vita dell’autore inizia in maniera paragonabile a quella del protagonista, ma culmina con diversi riconoscimenti letterari che invece Stoner non riuscirà a raggiungere.

Voto: indiscutibilmente 5 stelle.

“Stoner. A novel” di John Williams, edizioni Penguin, Vintage ClassicsDopo l’ultima pagina.

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