C’è un momento, leggendo Dead Man Blues, in cui ti accorgi di aver smesso di cercare l’assassino. Non perché la domanda non conti ma perché il libro ti ha portato altrove: sul molo di legno di un lago del Tennessee, accanto a un uomo stanco e al suo cane, dentro un’aria che sa di cedro e di cose non dette. È lì, in quella deriva volontaria, che il romanzo mostra la sua natura vera. Non è (solo) un giallo. È una ballata.
Silas House, autore della corrente letteraria americana degli Appalachi portato in Italia da Jimenez, firma il suo primo murder-mystery, e lo fa senza rinnegare nulla dello scrittore che è. La cosa non deve stupire. In un pezzo pubblicato sul suo Substack, House ha spiegato lui stesso perché sia arrivato al giallo, e vale la pena ascoltarlo, perché smonta in partenza il pregiudizio che il genere sia una parentesi minore.
House racconta di essere cresciuto comprando libri ai mercatini dell’usato, dove due nomi non mancavano quasi mai: Agatha Christie e Stephen King. Da loro, dice, ha imparato a costruire la trama. Ma è di Christie che parla con più affetto, e in particolare di Miss Marple, che gli ricordava le donne che conosceva davvero: alcune delle sue zie più anziane, scrive, avrebbero potuto essere lei senza sforzo, altrettanto intelligenti, ficcanaso ed eleganti. E poi c’era St. Mary Mead, il villaggio che prendeva vita sulla pagina: quella, confessa, è stata una delle sue prime lezioni sul senso del luogo nella scrittura.
Ecco il punto in cui House-critico e House-romanziere coincidono. Perché il vero protagonista di Dead Man Blues, prima ancora di Dave Hendricks, è Cedar Lake: un lago inventato ma cucito sulla pelle di due specchi d’acqua reali, il Laurel Lake del Kentucky sud-orientale dove l’autore è cresciuto e il Dale Hollow a cavallo del confine con il Tennessee. Sono luoghi, scrive House, “pieni di bellezza e di mistero”. La frase potrebbe sembrare una civetteria promozionale; leggendo il romanzo, si capisce che è esattamente la sua ricetta.
Quanto alla domanda che dà il titolo al suo intervento (perché un giallo?), House offre una risposta che è anche, di fatto, una piccola poetica. Durante il tour, racconta, gli hanno chiesto più volte come mai leggiamo di omicidi per evadere. La sua spiegazione è che questi libri ci offrono un ordine che la realtà raramente ci concede: nel giallo la giustizia, di solito, viene fatta. L’assassino viene preso e paga. Nella vita vera, osserva, le cose non si chiudono così pulite: i processi si trascinano, la corruzione si intromette, c’è chi la fa franca perché ha i soldi, e certi colpevoli non vengono mai trovati. Da qui il conforto di sapere, aprendo il libro, che il delitto sarà risolto e qualcuno risponderà di ciò che ha fatto.
È una dichiarazione onesta, e spiega la temperatura emotiva del romanzo. Dead Man Blues è un noir del Sud a combustione lenta, di quelli che non corrono verso il colpo di scena ma lo lasciano maturare come si lascia decantare un dolore. Quando l’omicidio squarcia la quiete di Cedar Lake, House non consegna soltanto un enigma da sciogliere: consegna una meditazione sul perdono, sulla lealtà, sul modo in cui ci portiamo addosso il passato.
Dave Hendricks è di quei personaggi che sembrano così veri da poterne quasi sentire gli stivali sul pontile e il cane che gli trotta dietro. È rotto, amareggiato, stanco fino alle ossa — e proprio per questo profondamente umano: uno che continua a tendere la mano verso qualcosa di buono in un mondo che l’ha deluso. Non è l’investigatore brillante e infallibile della tradizione classica. È un sopravvissuto, e la sua indagine è anche un modo per fare i conti con sé stesso.
House, del resto, non nasconde le sue radici britanniche. Cita Ann Cleeves, la sua scrittrice di gialli vivente preferita, insieme ai Grantchester di James Runcie e a Padre Brown di Chesterton, e ammette di aver lavorato usando quel modello. Ma la materia è tutta americana, meridionale, umida di fiume e di memoria. E qui si vede lo scrittore “letterario” che continua a operare sotto lo pseudonimo: House ha dichiarato di voler far cantare ogni frase, in qualunque libro scriva, e la prosa di Dead Man Blues lo conferma. È ricca, musicale, misurata; i dialoghi sono affilati e autentici, radicati in una lingua di posto preciso.
Il libro non è privo di ombre: la nostalgia tossica del Sud, il monumento confederato che troneggia sulla piazza, le vecchie colpe che riaffiorano e House non le addolcisce. Eppure, anche nel buio, il romanzo lascia filtrare luce: la certezza, mai retorica, che lo spirito umano possa ancora rialzarsi e cercare il chiarore perfino tra le ombre.
Non a caso il titolo è quello di una canzone. E come una canzone, Dead Man Blues funziona per atmosfera e ritornello emotivo più che per meccanica: il rotolare pigro dell’acqua, il male dell’amore perduto, la tensione che monta quando i tradimenti tornano a galla. Ogni capitolo ha un suo suono. Chiudi il libro e ti resta addosso, come il lamento basso di una chitarra blues.
“Dead Man Blues” di Silas House, edizioni Jiménez.
Recensione a cura di Antonio Lanzetta.


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