“La maledizione dei Montrolfe” è uno di quei romanzi che arrivano come una reliquia ritrovata: una voce del passato letterario che, pur scritta decenni fa, suona sorprendentemente viva, irriverente, moderna. Rohan O’Grady (pseudonimo della canadese June Margaret O’Grady Hindmarsh) fu un’autrice appartata, marginale rispetto ai grandi circuiti editoriali, eppure capace di una scrittura di straordinaria originalità. Pubblicò pochi libri, tutti segnati da un’ironia scura, da un gusto per il perturbante e da un’attenzione quasi chirurgica per i meccanismi sociali e famigliari. Solo di recente è stata riscoperta e valorizzata, soprattutto grazie a nuove traduzioni che ne hanno rivelato la freschezza.
Il romanzo si presenta come un ibrido: gotico, certamente, ma anche satirico; inquietante, ma giocato su un’irruzione costante dell’assurdo. La vicenda affonda le radici nella tradizione più cupa della narrativa anglosassone (la casa isolata, il segreto di famiglia, l’ombra che incombe sulle generazioni) ma O’Grady non si limita a replicarne i codici. Li smonta, li sovverte, li rianima con una sensibilità vicina al grottesco. La sua prosa scivola con eleganza da un registro quasi fiabesco a un’ironia tagliente, come se il gotico fosse un teatro in cui le luci vengono accese d’improvviso, rivelando le corde e le impalcature.
La casa dei Montrolfe, figura dominante anche nella splendida copertina italiana, è più di uno scenario: è una coscienza che osserva, giudica, trattiene. L’autrice orchestra attorno a essa un cast di personaggi vulnerabili, eccentrici, a volte crudeli, sospesi tra innocenza e colpa. Il tono resta costantemente ambiguo: ciò che sembra comico si rivela tragico; ciò che appare inquietante nasconde un fondo di tenera, quasi infantile fragilità.
Per apprezzare “La maledizione dei Montrolfe”, vale la pena ricordare che il gotico non è soltanto un genere di brividi e atmosfere oscure. È un modo di esplorare ciò che la società tenta di rimuovere: il trauma, la famiglia come luogo di violenza silenziosa, la memoria che ritorna in forme distorte. Il gotico dà corpo all’invisibile, permette di raccontare l’inconscio attraverso architetture, ombre, figure liminali.
In O’Grady tutto questo c’è, ma filtrato da un’ironia malinconica che rende la lettura insieme inquieta e stranamente affettuosa. La “maledizione” diventa metafora delle dinamiche familiari e sociali: ciò che ereditiamo, che ci incatena, ma anche ciò che possiamo comprendere e trasformare.
Non è un romanzo da divorare in velocità: richiede di ascoltare i silenzi, le eccentricità dei personaggi, le sfumature e architetture narrative.
“La maledizione dei Montrolfe” di Rohan O’Grady, edizioni Neri Pozza.
A cura di Antonio Lanzetta


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