Dopo anni di gialli e thriller, per i tipi di Italo Svevo editore, Angelo Petrella pubblica “La fine dei fagioli” un libretto pieno di vita vera e di letteratura (con la L maiuscola) di fronte al quale il lettore affezionato rimane sorpreso: ma cosa sto leggendo?
Eppure, ci vuole un attimo per accorgersi che dentro c’è tutto il Petrella che già avevamo conosciuto, perché è un libro che racconta della sua formazione, dei suoi amori, della sua famiglia, della sua città. Per il 95%… il resto è artificio letterario, come ammette lui stesso.
La fine dei fagioli di Angelo Petrella

A tratti, il libro ricorda l’esperienza fulminante di “Niente di vero” di Veronica Raimo, non a caso vincitrice del Premio Strega Giovani nel 2022. Anche lì c’era, come ne “La Fine dei Fagioli”, un’impietosa e quanto meno cinica rappresentazione del legame tra fratelli, un certo gusto della cattiveria e dell’ironia pungente. La stessa ironia la ritroviamo nel racconto di Petrella, anche se stavolta i ruoli tra fratelli sono in un certo senso invertiti. Quella di Raimo, poi, era una storia molto romana; quella di Petrella è tutta, inevitabilmente, napoletana. Napoli che è un bacino brulicante di autori brillanti, che alimentano quella che a tutti gli effetti potremmo chiamare la scuola del giallo e del noir napoletano di cui Petrella fa parte a pieno titolo (quantomeno con la sua produzione antecedente a questo memoir).
È risaputo che il noir sia il nuovo romanzo sociale e Napoli è certamente un teatro di elezione perfetto per questo genere, ma anche per molti altri tipi di narrazione. Petrella ce lo dimostra: non dimentichiamoci che è stato anche sceneggiatore di una serie come “Mare Fuori” che non avrebbe potuto essere ambientata da nessun’altra parte al mondo.
Napoli come Parigi, territorio capace di grandissima bellezza e, svoltato l’angolo, di acuta e profondissima miseria. Gioia, dolore, brutture. Palestra di vita e di scrittura a tutti gli effetti, come la Parigi sette-ottocentesca, di quegli autori – pur diversissimi tra loro – che hanno formato il nostro canone letterario occidentale, capaci di rappresentare l’intero ventaglio emotivo ed esistenziale della vita adolescenziale e adulta: Rabelais, Éluard, Verne, Balzac, Beckett, Baudelaire, Maupassant, Izzo, Stendhal, Rimbaud.
Sono gli autori che hanno “rovinato la vita” a Petrella. L’autore lo dice con una certa (ma neanche troppa) autoironia, ma è un sentimento che non può che incontrare il sostegno di tanti lettori forti che sanno bene come la grande letteratura sia in grado di rovinare per sempre la nostra vita, che poi la realtà non potrà mai reggere il confronto, il paragone.
Una menzione d’obbligo all’incredibile e visionaria casa editrice Italo Svevo (dalle edizioni preziose e bellissime), e alla collana in cui “La fine dei fagioli” è inserito: Biblioteca di letteratura inutile. È lo stesso Petrella ad ammettere: “solo questo editore poteva essere tanto folle da pubblicarlo”. Onore al merito.
“La fine dei fagioli. Dieci scrittori francesi che mi hanno rovinato la vita” di Angelo Petrella, Italo Svevo, 2024. Approfondimenti.




